Il nemico marcia nella tua testa


Colonizzazione è (anche) quando la cultura del dominio cade troppo in basso

5–7 minuti

La vita, con le sue sincronicità, a volte parla. Proprio in concomitanza con l’accompagnamento alla nascita di questa rivista mi è capitato un singolare incrocio di sguardi. Questo il contesto: il fatto che questa rivista si prefigge di “battere” sul tema della colonizzazione determina in me una disposizione d’animo incostante, incline alla polemica e alla ricerca di “materiale corroborante”. L’uso della cornice interpretativa del (neo)colonialismo è, infatti, tutt’altro che sentito unanimemente nella comunità dei compagni e delle compagne in Sicilia – e, questo, ha ovvie conseguenze sul piano pratico-organizzativo e di prospettiva – mentre, per paradossale che sembri, viene salutato con favore fuori dall’isola. Per queste ragioni, da diversi mesi riprendo ciclicamente la lettura di Sicilia, sottosviluppo e lotta di liberazione nazionale del compagno Alfredo Bonanno, arrovellandomi su un suo modo d’uso attuale, all’altezza del materiale piroclastico contenuto in questo volumetto (iniziative con dibattito pubblico? Discussione con compas a porte chiuse?).

È capitato che, nel perdurare del sobbollimento di questi miei dubbi, abbia letto Negoziare con il male. Stregoneria e contro-stregoneria Dogon di Piero Coppo (un compagno ed un autore che, a differenza del sopracitato nostro cattivo maestro, necessiterebbe di una presentazione che sarebbe indegno tentare di tracciare nello spazio ristretto di un trafiletto come questo).

Un passaggio in particolare mi ha colpito, che riporto.

«Dalla [loro] antica ideologia guerriera e dalla terribile forza cieca dei Bianchi, i Kanak hanno, sembra, derivato la convinzione che la debolezza è detestabile. Ci si distoglie così senza rimpianti da quelli e quelle che, nella vita, sembrano essere perdenti per via di una serie ripetuta di disgrazie. Nulla è più disprezzabile del fatto di non essere capaci di proteggersi e difendersi per farsi rispettare o semplicemente per restare in vita e in buona salute. Ai deboli di oggi ci si rivolge con lo stesso sarcasmo destinato, ancora ieri, ai vinti in combattimento… Ma nessuno potrebbe assicurare la sua sopravvivenza fisica e sociale né raggiungere i suoi scopi senza l’aiuto degli antenati e di pacchetti magici chiamati wâi: pezzetti di piante e ossa, pietre, conchiglie, e “monete” tradizionali compongono queste garanzie di forza e successo. Questi supporti indispensabili – chiamati “medicine” nel francese locale – non solo rispondono spontaneamente a qualsiasi attacco magico, come un trattamento preventivo, ma anche sostengono le iniziative»

Con la forza e la chiarezza di un lampo si illumina un intreccio analogico ed eziologico, di causazione. In queste righe citate viene brevemente tratteggiato il mito della “forza dei vincitori” tra le popolazioni Kanak, la cui origine viene fatta chiaramente risalire al trauma collettivo prodotto dalla violenza colonizzatrice. È chiaro a chiunque, cresciuto qui in Sicilia, che si ritrovi in età di coscienza, la rilevanza e il profondo radicamento del culto dei vincitori.

Questa tematica era talmente cruciale per Bonanno che viene trattata per prima, in apertura del libro, dove, con acume radicale e poetico, descrive parentele e distanze tra il mito vendicativo – proletario sì ma di tonalità oscura – e il mito luminoso della liberazione dal sociale che offende la vita. Se “forziamo” il testo, facendo emergere un dialogo nascosto tra le parti del libro, tra il primo e il secondo capitolo si traccia un nesso tra il mito vendicativo e il mito del potere. Andando al nostro:

«La nostra gente è perdente da secoli e non ama i perdenti. Se si vuole è un altro aspetto del mito del potere: la vittoria è dei forti»

«Qui la gente ha la tessera di un partito per lo stesso motivo per cui porta in tasca l’immagine della madonna o il corno rosso contro il malocchio. Sono tutte assicurazioni diverse contro le contrarietà della vita e strumenti che si approntano per non trovarsi impreparati davanti a quello che può accadere»

Stupefacente, no? Che culture lontanissime subiscano la stessa piegatura per effetto di uno stimolo identico: non è questo il fine di ogni colonizzazione, disarticolare dall’interno i meccanismi che presiedono alla produzione di “umani altri” per produrre solo uomini identici e compatibili con la realtà del capitale e dei suoi incanti vampireschi?

Un elemento che manca nella sua trattazione, è il considerare questo mito vendicativo fatto a sé stante, artefatto autonomo della cultura delle classi sfruttate siciliane; il passaggio citato in Coppo, ci fornisce questo ulteriore punto di vista: esso è figlio della sottomissione coloniale di popoli riottosi. Ma non è un errore, segnala il diverso rapporto teoria-azione che per Bonanno si articola con l’accento sul secondo polo, quello dell’azione, con il fine dell’attacco e della rivoluzione che è più forte e immediato che per Coppo.

Si può trarre un altro prezioso succo da questa lettura incrociata, zigzagando tra le vicende dei Kanak del Pacifico e le nostre: «pezzetti di piante e ossa, pietre, conchiglie, e “monete” tradizionali compongono queste garanzie di forza e di successo». Per loro questi oggetti, che il linguaggio antropologico chiama “fatticci” (oggetti culturalmente attivi), svolgono la funzione che la mafia – o, meglio, i rapporti clientelari del potere politico-mafioso – ha svolto qui. E chi, tra le nostre fila, negherebbe che la Mafia è un oggetto culturalmente attivo, un fatticcio/feticcio talmente utile a tenere in piedi l’apparato Antimafia – col suo 41 bis, coi suoi sacerdoti e i suoi riti – che nessuno si chiede, anzi deve chiedersi, se essa esista più?

Le considerazioni che possono seguire sono così tante e di una tale portata che, per sviscerarle tutte, non basterebbe… una rivista. Ci vorrà, insomma, il giusto tempo per tentare di sondare l’iperfetazione di problemi che la forma coloniale del dominio frappone tra noi e l’orizzonte della liberazione.

Però qualcosina si può concludere: il dire che la violenza storicamente dispiegata qui, come altrove, è di tipo coloniale non è un approdo consolatorio, qualcosa con cui ci si può baloccare, semmai il suo contrario. Proprio perché questo tipo di violenza è ubiquitaria – agisce sui corpi quanto sugli spiriti, creando i suoi fantasmi – è più difficile operare in questi contesti: qui, chi vuole trasformare radicalmente le cose e la vita, ha da intraprendere un percorso a ritroso nel tempo storico collettivo fino ai punti in cui la contro-rivoluzione ha vinto sulle possibilità rivoluzionarie, producendo le scorie del presente. Abbiamo detto “è più difficile”, ma bisogna aggiungere: “è anche più vero”. Qui, in questi spazi del terrore e non altrove, è possibile toccare un nesso analogico tra lo scontro a fuoco di ieri e le proprie ferite individuali più persistenti. Occorrono cuori ardenti e menti salde; occorre volere trasformare la propria voglia di vendetta personale in un percorso di uscita dalla caverna (potenzialmente) per tutti e tutte; occorre dotare i nostri percorsi di scorci di costruzione e di distruzione, richiamando nella nostra vita quella presenza (per noi) attingibile che è il vulcano.

  • passaggi citati si trovano nei seguenti libri dei due autori:
    1. Piero Coppo, Negoziare con il male. Stregoneria e controstregoneria Dogon, Bollati Boringhieri, 2007;
    2. Alfredo Maria Bonanno, Sicilia, sottosviluppo e lotta di liberazione nazionale, Edizioni Sicilia Punto L, 1985


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *