Si trova in Contrada Pian del Lago, alla periferia della città, incuneato a sei chilometri dal centro cittadino, tra le strade provinciali che dal capoluogo nisseno portano rispettivamente a Delia e San Cataldo. Ufficialmente, si chiama Centro Governativo Polifunzionale per Migranti. Da chi ci abita è chiamato piu’ semplicemente “campo” o “Pian del Lago”.
“Pian del Lago” è un’espressione che si usa per dire tante cose. È scorciatoia espressiva con cui nel parlare, usa riferirsi allo stadio comunale, recentemente messo al centro di un progetto di “riqualificazione” – termine caro al potere, con cui quest’ultimo designa la trasformazione di aree con l’obiettivo di metterle a valore e renderle appetibili per i turisti e gli abitanti più ricchi e desiderabili, al prezzo di militarizzazione, controllo capillare e interventi repressivi per chi in queste categorie non rientra.
Nel caso del campo sportivo, l’intervento è stato volto a trasformare l’area in una “cittadella dello sport”. Progetto che ha visto la scorsa amministrazione comunale, in collaborazione con quella del Comune di Enna, stanziare 2.327.407 euro finanziati con fondi europei, per la realizzazione di una pista ciclabile lungo il Viale Stefano Candura, completata in autunno 2023. Obiettivo dichiarato del progetto è stato quello di promuovere il cicloturismo tra Caltanissetta ed Enna. Una cifra enorme per un’area storicamente negletta, all’interno di una città in cui la viabilità extraurbana versa in condizioni disastrose in tutte le direzioni verso il resto dell’isola. In cui la siccità dell’anno scorso ha portato a mesi di razionamento idrico che ha lasciato senz’acqua per mesi abitanti di interi quartieri. A pochi chilometri da Niscemi, comune simbolo dell’occupazione militare statunitense in Sicilia, che ospita una delle più grandi basi militari ad uso esclusivo della marina USA: la NRTF, all’interno della quale si trova il MUOS, sistema di coordinamento del segnale radio della marina USA. Si tratta di uno strumento centrale per la conduzione delle operazione militari statunitensi nel Mediterraneo, in Palestina e in tutto il Levante, così come in Ucraina. Lo scorso luglio 2025 ne è stata annunciata l’ennesima espansione all’interno dell’area protetta della sughereta, poco prima che al suo interno si verificasse un nuovo devastante incendio. E mentre si sacrificano alberi in un’area protetta e si investono milioni per scopi militari, la popolazione si trova esposta al dissesto idrogeologico, che ha portato alla frana dello scorso 25 gennaio 2026, con il crollo di centinaia di abitazioni, l’evacuazione di 1500 persone e l’istituzione di una ennesima zona rossa, che comprende anche l’ufficio postale e la biblioteca del paese.
Come leggere l’investimento di milioni per opere utili solo alla propaganda del progresso attraverso la promozione turistica, in un territorio storicamente considerato zona di sacrificio? A ben guardare, il progetto sembra fare il trucco a una zona da sempre associata al “degrado” e all’abbandono, la cui causa, negli ultimi tre decenni, è stata attribuita alla presenza del campo per migranti, facile capro espiatorio da additare come origine di ogni male da guardie e politici di ogni sorta. Il progetto di riqualificazione ha previsto persino una scritta sul muro del parcheggio dello stadio, che recita “Pian del Lago Città dello Sport”, con sgargianti colori a bomboletta che lo potrebbero fare confondere con un pezzo di arte di strada simile a quelli che ricoprono i muri e i gabbiotti elettrici dell’ex skate park proprio lì a fianco, a cui da anni è interdetto l’accesso.
E mentre il comune indirizza milioni da spendere per la realizzazione della pista ciclabile e della scritta sul muro, le persone confinate per mesi nel centro di accoglienza e tuttx lx abitantx di Caltanissetta che si trovano a dover avere a che fare con l’Ufficio Immigrazione della Questura, anch’esso dentro le mura di Pian del Lago, per percorrere quei sette chilometri, continuano a non disporre di alcuna linea di trasporto pubblico, trovandosi spesso a dover scegliere tra ore di camminata o spese per i taxi in assenza di mezzi propri.
Pian del Lago city of deportation
Di fronte a questo colorato quanto inquietante velo di trucco, ristora nominare le cose per ciò che sono. Pian del Lago è il simbolo di una Caltanissetta città del confinamento e della deportazione. Chiuso dentro a una struttura militare, si trova quello che lo Stato chiama Centro Polifunzionale Governativo per Immigrati, che racchiude in sè un Centro di Prima Accoglienza (CPA) e un Centro di Permanenza per Rimpatri (CPR). Il primo, tra i più grandi d’Italia, con una capienza che dopo l’ennesimo ampliamento, arriva ai 564 posti. Il secondo, un carcere razzista, anch’esso ingrandito nel corso dell’ultimo anno, con l’aggiunta di un nuovo padiglione per cui lo Stato è stato pronto a investire 11 milioni, portandolo a una capienza di 154 posti. Nel primo, vengono trasferite persone richiedenti asilo dopo lo sbarco, molte da Lampedusa, o da altri centri per migranti sparsi per la Sicilia. Nel secondo, finiscono invece persone che hanno ricevuto un decreto di espulsione dal Prefetto e che quindi lo Stato vorrebbe rimpatriare. Alla base del decreto di espulsione c’è sempre l’irregolarità amministrativa, cioè non avere un permesso di soggiorno valido, per esempio perché si è perso il lavoro o non se ne è trovato uno in cui il datore di lavoro fosse disposto a fare un contratto. Oppure perché si è persa la casa, che magari si trovava in un quartiere sottoposto a speculazione immobiliare e sostituzione della popolazione con turisti o abitanti più ricchi, come accade in ogni dove in comuni grandi e piccoli in Sicilia. O ancora perché non si hanno documenti in regola e si viene ritenuti “socialmente pericolosi”, un’etichetta appioppata in modo quasi automatico a persone che hanno commesso reati, a prescindere da quando e perché ciò sia accaduto.
Decenni di propaganda sulla sicurezza dei confini e di guerra contro chi tenta di attraversarli, hanno reso respingimenti e deportazioni la via preferenziale che lo Stato italiano, con la complicità degli altri Stati europei e dell’UE, tenta di riservare a chi non viene da Occidente. Così, il colloquio davanti alla Commissione Territoriale per l’asilo è sempre più analogo a un interrogatorio, in cui si viene giudicati in base alla provenienza e in cui la credibilità delle persone viene negata a priori. Se si proviene da un paese che l’Italia considera “sicuro1“, designazione che oggi viene attribuita agli Stati da cui provengono la maggioranza dellx migrantx, la strada verso il rigetto della domanda di protezione è spianata a priori, con lo spettro della detenzione e della deportazione che incombe.
Nel C.G.P.I. di Caltanissetta, vista la continuità anche fisica tra centro di accoglienza e galera pre-deportazione, se dopo l’esame in Commissione ricevi un diniego alla tua richiesta di protezione e non ti è stato spiegato che se nomini un avvocato, puoi presentare un ricorso in tribunale, ti ritrovi senza documenti e senza più diritto a restare al CPA, con il concreto rischio di essere trasferitx direttamente al CPR e finire deportato. Dopo gli ultimi decreti dell’attuale governo, che hanno reso ancora più difficile ottenere e rinnovare un permesso di soggiorno, si è inoltre diffusa la pratica da parte delle Questure, inclusa quella di Caltanissetta, di convocare lx migrantx con la scusa di procedure da effettuare sui documenti all’Ufficio Immigrazione. Una volta arrivate, le persone si vedono poi catturate e detenute, nonché deportate nel giro di pochi giorni.
Pian del Lago INC
Sulla pelle dellx migrantx che passano da Caltanissetta, si regge un sistema di continua estrazione di valore che può essere ricostruito proprio a partire da uno studio del funzionamento della struttura governativa per il confinamento e la deportazione.
Studio che ha senso se si pone l’obiettivo di interrompere una certa rappresentazione, della cui costruzione sono responsabili tanto polizie e guardie di frontiera, quanto politici e legislatori, giornalisti e accademici, intellettuali e scrittori. Si tratta di una rappresentazione che feticizza la “miseria del migrante reietto”2, fa delle sue varianti polari di eroe e vittima, le sole possibili colonne sonore che accompagnano i racconti dell’esperienza odierna dei migranti attraverso il continente europeo (e non solo). E ciò tanto in forza della conta delle morti raccapriccianti alle frontiere, costantemente spettacolarizzate, quanto attraverso la riproposizione di queste figure come spauracchio, outsider, invasori. L’immaginario coloniale e orientalista così inculcato nella società in cui viviamo, porta alternativamente profondo fascino e indifferenza totale, orrore e pietà. Si tratta di un discorso che insegue, scrutina e mette alla prova il migrante, irregolare o regolare che sia. Chi scrive ritiene più utile puntare lo sguardo su chi scruta e sfrutta, con l’auspicio che ciò serva da movente per il contrattacco.
In città sembra difficile trovare qualcuno al di fuori degli addetti ai lavori, che conosca l’esistenza di questa voragine che inghiotte persone perché prive dei giusti documenti in tasca e ne organizza ed effettua la deportazione. “Pian del Lago” è il ghetto degli ” stranieri”. Non importa sapere cosa esattamente ci sia laggiù, chi esista dietro quelle mura e come viva, è il posto loro. L’importante è che stiano lì, lontano. O almeno, così vorrebbe lo Stato e chi ne condivide l’ethos razzista e coloniale. E questa separazione dallo spazio urbano sembra voler sancire l’inizio della deportazione di questa umanità eccedente nel momento stesso in cui si varcano quelle mura. L’antropologo canadese Michel Taussig, ha parlato di “segretezza pubblica” come di quello che i potenti insegnano a “sapere di non sapere”. Per svelare il “segreto” della macchina di reclutamento e messa a morte di Pian del Lago, che splende in realtà quotidianamente alla luce del sole, è utile scomporne i diversi componenti, per cogliere questo corposo affare in tutta la sua materialità, fatta di sfruttamento, estrazione di valore, privazione della libertà, morte. E, come in presenza di qualsiasi gabbia, anche di lotta, rivolta, resistenze quotidiane, evasioni, sabbia lanciata negli ingranaggi.
L’economia di Caltanissetta si è basata sull’industria di estrazione dello zolfo per decenni. Un’industria che poggiava prima di tutto sulle spalle martoriate di migliaia di lavoratori letteralmente sepolti vivi nelle profondità della terra, a far esplodere la pietra per poi portarla su ed estrarre da essa il minerale che vi si trovava rarefatto. Negli anni ’30 dell’800, la produzione dello zolfo siciliano costituiva il 90% di quella mondiale, con Caltanissetta come epicentro. Secondo alcune statistiche dell’inizio del ‘900, un terzo della popolazione nissena era costituita dagli zolfatari e dalle loro famiglie, molti dei quali erano immigrati dall’entroterra.
Oggi, quella nissena è una cittadina di provincia di 59.000 residenti ufficiali e decine di migliaia di emigrati, con alcuni paesi della sua provincia che arrivano a un incidenza di oltre il 60% di emigrati sul totale della popolazione, tra le più alte in Sicilia. Chi resta, che fa? Le statistiche ufficiali parlano di una disoccupazione al 42% nel 2024, contro una media italiana del 15%. Le più recenti ricerche disponibili, parlano di una pubblica amministrazione che pesa ancora per un terzo sul valore aggiunto, e di un mercato del lavoro che per chi resta lascia poche opzioni: quasi il 50% dellx occupatx lavora nei servizi, soprattutto alla persona.
In questo contesto, il campo di Pian del Lago ha storicamente costituito un goloso affare per la sofferente economia del territorio. Dopo la sua apertura, tra la fine degli anni ’90 e i primi 2000, il campo di Pian del Lago arrivava ad assumere fino a 100 operatori sociali. Negli anni, l’enfasi crescente posta sulla repressione di chi, non abbastanza ricco, tenta di attraversare le frontiere, e la conseguente riduzione dei finanziamenti al sistema di accoglienza, hanno portato a una riduzione notevole del numero degli impiegati, che oggi sono poco più di una trentina, divisi tra operatori del C.P.A. e del C.P.R., assunti rispettivamente dalle cooperative Officine Sociali e Albatros 1979. Il personale viene in genere mantenuto nel passaggio da un ente gestore a un altro, con poco turnover. Agli operatori si aggiungono un assistente sociale, una psicologa esterna assunta dalla Prefettura, 2 medici e 4 infermieri che dovrebbero darsi il turno in modo da garantire sempre l’assistenza sanitaria per lx abitanti del centro, nei fatti sistematicamente negata. Ma se i posti di lavoro direttamente offerti dalla struttura sono pochi, il giro d’affari è molto più esteso. Pian del Lago non esisterebbe infatti, senza tutta un’altra serie di attività appaltate dalla Prefettura ad altre ditte, basate sul territorio nisseno e siciliano, che dalla gestione di questi servizi traggono quote importanti del proprio fatturato. Tra queste, l’emissione dei biglietti di viaggio per i migranti trasferiti da e a Pian del Lago in regione e per i voli di deportazione, di cui risulta responsabile la ditta nissena Kaltour srl, per un compenso di 39.900 EUR per 12 mesi. E il noleggio di pullman con autista per i trasferimenti imposti ai migranti da e per Caltanissetta, assegnato alla ditta Calaciura, con sede legale a Gela, anche questa per un compenso di 39.900 EUR per 12 mesi. A queste spese si aggiungono i €749.950 stanziati tramite gara d’appalto per l’alloggiamento delle forze dell’ordine, e gli ulteriori €749.950 per la loro ristorazione, anche questi assegnati tramite due distinte gare d’appalto, in corso di aggiudicazione al momento in cui si scrive . La componente più significativa della spesa pubblica stanziata per il centro, riguarda i servizi di gestione delle due strutture e dei “lotti” in cui si suddividono i vari servizi di manutenzione, pulizia, giardinaggio e mensa e catering, anche in questo caso appaltati a imprese private del territorio.
Dal 2024, la gestione del C.P.A./C.A.R.A. e del C.P.R. sono state assegnate a due ditte diverse. Si tratta rispettivamente della società cooperativa sociale Officine Sociali srl con sede legale a Siracusa, che per la gestione della struttura di accoglienza ottiene dalla Prefettura €2.184.923 per 12 mesi (2024-2025) e la società cooperativa sociale Albatros 1973, sede legale a San Cataldo, responsabile della gestione del CPR con appalto del valore di €1.559.128, in scadenza a settembre 2025. La pulizia della struttura è assegnata alla ditta nissena C.P.S. EVO s.r.l., con appalto annuale da €145.378. Quest’ultima gestisce anche il “lotto” della ristorazione, mensa e catering. In sintesi, il valore dell’economia di questo singolo centro di confinamento e deportazione, per la sola parte che riguarda la spesa pubblica per la sua gestione e mantenimento, ammonta a €5.467.329, di cui oltre un quarto è destinato a spese per l’alloggio e il vitto delle forze dell’ordine. Bisogna tenere presente il fatto che la maggioranza di questi contratti di gestione ed erogazione di diversi servizi necessari all’operatività della struttura, ha durata di dodici mesi, in alcuni casi rinnovabili per ulteriori dodici. Pertanto, la spesa di fondi pubblici investiti per la stipula di ciascuno di questi, si ripete con la stessa frequenza. A dicembre 2025, la Prefettura ha pubblicato la nuova gara d’appalto per la gestione del campo, non ancora aggiudicata al momento della scrittura.
Cosa significa, nel concreto, che un quarto della spesa per la sopravvivenza di questo centro sia destinata alle spese per vitto e alloggio delle forze dell’ordine? Nell’indagine esplorativa di mercato pubblicata per reperire imprese per l’erogazione del servizio mensa, la Prefettura stabilisce che ““nell’ambito del contratto principale, con la società affidataria del servizio sarà stipulata una separata convenzione per la fornitura di vitto ai cittadini stranieri irregolari in attesa di espulsione, ristretti in luoghi idonei al trattenimento”. Per le persone private della propria libertà, per la colazione si richiede all’ente una spesa a base d’asta di €1,30, mentre per i pasti la base d’asta è di €4,65, IVA inclusa. Per il pranzo e la cena del personale di polizia, da somministrare rigorosamente come piatti caldi, il prezzo base d’asta previsto è di €18,00 a pasto a unità, IVA esclusa. Oltre al criterio dell’”offerta economicamente più vantaggiosa”, per le forze dell’ordine vale anche quello del “miglior rapporto qualità/prezzo”. Questi numeri e la riduzione a questioni tecniche di previsioni che stanziano quattro volte e mezzo più per il cibo delle guardie rispetto ai prigionieri, restituiscono un’immagine chiara dell’esercizio necropolitico del potere dello Stato all’interno di queste strutture, con una discriminazione razzista e violenta tra vite sacre – quelle dei tutori dell’ordine, degli obbedienti, dei funzionari, degli onesti cittadini – e vite sacrificabili – quelle di chi sta ai gradini inferiori nella gerarchia di valore sulla quale lo stato e il capitale pretendono di organizzare i rapporti sociali. Chi ha minori risorse economiche, chi è nerx, razzializzatx, socializzatx donna, trans, non-binarix, dissidente, amante della libertà. Nel gelo asettico del linguaggio ufficiale e delle procedure, tale distinzione non ha bisogno di essere né mistificata né giustificata perché la sua validità è resa auto-evidente, si spiega da sé. Perché un prigioniero -che dorme su un letto di cemento, in una stanza di pochi metri che condivide con altre 5-6 persone, che si vede costretto ad assumere psicofarmaci, controllato in tutte le sue comunicazioni con l’esterno, ridotte alla canna del gas, che spesso non sa neanche in che parte d’Italia si trova- dovrebbe mangiare quanto e come un ufficiale intento a svolgere pubblico servizio?
Ciò è effetto di una sacralizzazione della vita delle forze dell’ordine sdoganata da anni e anni di pacchetti sicurezza con cui si è normalizzata la presenza di sgherri e militari nelle strade e la diffusione di un apparato di sorveglianza e controllo sempre più diffuso e capillare.
Lo spauracchio del Cpr
Dall’inizio del secolo, anche la percentuale di persone che trovano impiego nel settore agricolo in provincia di Caltanissetta è cresciuta. E tra queste, sono più gli “stranieri” dei cittadini italiani. Non si tratta di un caso, nonostante questa tendenza si riscontri in maniera diffusa, in Sicilia e non solo. Il centro di accoglienza di Pian del Lago di fatto costringe persone, in genere giovani, a rimanere sul territorio per mesi in attesa di un permesso di soggiorno, con il rischio di perdere il posto in accoglienza – e i conseguenti benefici che se ne traggono in termini di supporto legale e burocratico – se si pernotta fuori senza permesso. E gioca così un ruolo di magazzino di corpi sfruttabili, dalla cui attesa e ricattabilità, estrarre valore. Chi ci abita e ci ha abitato racconta di datori di lavoro che reclutano lavoratori direttamente al cancello, sotto lo sguardo in quel caso distratto degli operatori e delle guardie che affollano la struttura, sentendosi proporre lavori con promesse di condizioni e tutele che si rivelano del tutto inesistenti una volta lasciato il centro per raggiungerli. A Delia, Canicattì, Sommatino, il lavoro a giornata manca solo nei mesi più duri dell’inverno. C’è lavoro per raccogliere le olive, l’uva, le pesche, le albicocche. 50 euro al giorno se va bene meno le spese di trasporto. Se non ci stai, se ti organizzi con i compagni per ottenere condizioni migliori, se ti rivolti contro ghetti e campi istituzionali in cui ti chiedono pure i soldi per dormire, se il datore di lavoro decide che a lavoro finito, la tua irregolarità diventa all’improvviso un problema da segnalare alle autorità pur di non pagarti, c’è la cattura e il trasferimento in CPR, spauracchio con cui pensano di poterti costringere ad abbassare la testa.
I tentativi di sbirri e procure di silenziare, reprimere ed espellere continuano incalzanti, così come la complicità dei politici e dell’associazionismo che non mancano l’appuntamento periodico delle visite parlamentari all’interno, con cui gridano allo scandalo e ne invocano la chiusura, per poi sparire sistematicamente il giorno dopo. Ma non sono e non saranno mai capaci di fermare le rivolte dei reclusi, che continuano a fare macerie e cenere di questi luoghi di tortura, né la solidarietà di chi da fuori li riconosce per ciò che sono, che continua a fiorire e diffondersi.
- L’ elenco include Albania, Algeria, Bangladesh, Bosnia-Erzegovina, Camerun, Capo Verde, Colombia, Costa d’Avorio, Egitto, Gambia, Georgia, Ghana, Kosovo, Macedonia del Nord, Marocco, Montenegro, Nigeria, Peru’, Senegal, Serbia, Sri Lanka e Tunisia. L’intento della designazione, più che rispondere a criteri “oggettivi”, risponde all’obiettivo statale di rendere sempre più difficile per lx migrantx ottenere dei documenti attraverso la richiesta di protezione internazionale, che è stata negli ultimi anni, il principale strumento per le persone provenienti dal Sud globale per regolarizzare la propria presenza una volta arrivate in Europa. Per arrivare a designare uno Stato di provenienza come sicuro, l’Italia sottoscrive con esso un accordo basato su uno scambio tra soldi, equipaggiamento, armi e addestramento da un lato, e maggiori controlli e repressione dei migranti dall’altro. Corpi-merce in questo scambio sono le persone deportate tramite la macchina di cattura e rimpatrio, di cui i CPR sono perno centrale. A causa di queste regole, per chi è originarix di questi Stati, la strada che porta verso questo carcere razzista è spianata già al momento della presentazione della richiesta di asilo.
https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2024/05/07/24A02369/SG ↩︎ - Ruben Anderssen, Illegality INC, University of California Press, 2015
http://rubenandersson.com/illegality-inc/ ↩︎
