Dal Cile alla Sardegna, solidarietà internazionale anti-carceraria


qui una breve introduzione a cura della redazione

8–12 minuti

Lo sciopero in Sardegna

Nel carcere di Uta, a Cagliari (Sardegna meridionale), l’acqua non è potabile; non è nemmeno adatta per cucinare, poiché l’amministrazione ha immesso cloro nei condotti per eliminare la grave contaminazione da coliformi fecali, rendendola inadatta persino all’igiene personale. Le celle, costantemente sovraffollate (140 detenuti oltre la capienza massima), rimangono chiuse 22 ore al giorno. L’accesso alla biblioteca e al campo da calcio è limitato. In estate, le temperature nel sud della Sardegna raggiungono spesso i 43 gradi. L’assistenza sanitaria è inesistente e la polizia penitenziaria compie regolarmente abusi sia sui detenuti che sulle loro famiglie, spesso con percosse. Tutti questi abusi aggravano la situazione vissuta da tutti i detenuti, che Paolo segnala da mesi.

Il 25 aprile 2025, il compagno Paolo Todde1, insieme ad altri detenuti, ha iniziato uno sciopero della fame per protestare contro le condizioni di vita a cui sono sottoposti i detenuti nel carcere di Uta (Sardegna). A causa dell’intervento dei garanti2, con le loro promesse vuote e inutili, lo sciopero collettivo fu sospeso dopo meno di una settimana. Tuttavia, il compagno Paolo, 64 anni e 61 kg di peso, decise di riprenderlo da solo l’8 maggio. Paolo, come tanti altri compagni, decise di usare il suo corpo come barricata, con la chiara intenzione di mantenerla a tempo indeterminato, rischiando la propria vita. Dopo oltre sei settimane, a causa del peggioramento delle sue condizioni fisiche e di altri fattori che, nel complesso, gli causavano difficoltà, decise di sospendere lo sciopero della fame.

«Da sabato 21 giugno ho ricominciato a mangiare e lo sciopero della fame è stato sospeso. Il caldo e l’umidità mi giocavano brutti scherzi, infatti avevo momenti di vertigini, tanto che dovevo appoggiarmi al muro… a un certo punto mi è venuta l’epistassi, la pressione sanguigna ha oscillato e ho fatto fatica. Mangio da due giorni, ma riesco a deglutire poco o niente perché ho un limite di sazietà molto basso […]»

Contro il carcere e lo Stato

Lungi dall’essere un problema intrinseco alla Sardegna, le dinamiche della tortura e della sottomissione a condizioni subumane sono strategie applicate in diversi territori, trascendendo i confini creati dagli stessi Stati che le istituiscono e le controllano. È noto che le dinamiche della pena e la stessa esistenza delle carceri in ogni angolo del pianeta sono un riflesso dell’ingiustizia sociale, delle disuguaglianze economiche, nonché un riflesso dell’esistenza dello Stato e del suo monopolio sulla violenza. Questo stesso Stato cerca di mantenere lo status quo che garantisce lo sfruttamento di alcuni sugli altri, la repressione immediata di chi protesta e persino la detenzione preventiva di chi riconosce lo Stato e il capitale come il nemico responsabile e garante di ogni disuguaglianza: controllando, perseguitando, uccidendo, incarcerando e torturando chiunque si ribelli o cerchi di farlo.

Tuttavia, è essenziale sottolineare ed esplorare il fatto che il carcere e la tortura non sono gli unici meccanismi di repressione a disposizione dello Stato. L’apparato repressivo statale e il suo “approccio preventivo” non sono altro che una delle forme, sempre più sofisticate, per giustificare il vero obiettivo, ovvero perpetuare la società di classe.

Dall’introduzione dell’articolo 41-bis nell’ordinamento penitenziario italiano nel 19923, parallelamente alla costruzione del carcere di massima sicurezza in Cile nel 1994; alla successiva attuazione del regime di alta sicurezza (RAS)4 nel 2007; all’applicazione del decreto sicurezza in Italia (DDL 660)5 nel 2025; e all’approvazione del pacchetto di leggi repressive in Cile nel 2024 (aggiornamento della legge antiterrorismo, legge anti-barricate, legge sul grilletto facile, legge sul controllo degli armamenti, legge sulle infrastrutture critiche, ecc.), possiamo osservare come la sistematizzazione della persecuzione politica in questi diversi territori sia diventata sempre più acuta, rivelando cospirazioni geopolitiche(?) volte a instaurare una struttura repressiva di natura sempre più fascista. In breve, attraverso meccanismi statali formali e interni, l’applicazione di uno stato di emergenza permanente sta diventando sempre più normale, consentendo una sorveglianza eccessiva, reazioni sproporzionate prima di qualsiasi protesta, detenzioni arbitrarie e pene detentive severe. Ciò comporta un aumento del numero di agenti di polizia e delle infrastrutture, sia armate che legali, generando e normalizzando progressivamente la militarizzazione dei territori a vari livelli.

Azione diretta e solidarietà internazionale anti-carceraria

«Sebbene non siamo riformisti, gli anarchici sono impegnati nella lotta per ottenere miglioramenti nella situazione immediata di tutti (salari, alloggio, salute, istruzione, occupazione, ecc.), ma non considerano queste lotte fini a se stesse. Spingono gli sfruttati verso questa forma di lotta affinché possano sviluppare gli elementi di autorganizzazione e di rifiuto della delega, indispensabili per sviluppare l’azione diretta a tutti gli altri livelli» – Alfredo M. Bonanno, Cosa sono gli anarchici?

Così come la lotta per la libertà non si esaurisce ai confini imposti da alcuno Stato, non si esaurisce nemmeno in prigione, un confine che limita le libertà individuali a livelli sempre più subumani. La lotta anti-carceraria nella storia della lotta e della resistenza anarchica è stata costante, non solo a causa dell’incarcerazione di anarchici per i loro pensieri e le loro azioni, ma anche perché le prigioni sono considerate il riflesso più concreto ed estremo della società diseguale governata dagli Stati.

A differenza di molte lotte sociali a cui partecipano gli anarchici, la lotta anti-carceraria e la distruzione delle carceri, lungi dall’essere un mezzo, sono un fine in sé.

Dobbiamo essere consapevoli che le ragioni che ci portano in prigione sono dovute alle esigenze repressive degli stati. E se è vero che le reazioni e le azioni dirette del movimento anarchico e di altri movimenti di resistenza sono sempre più violente parallelamente all’aumento della violenza repressiva statale, non possiamo dimenticare che le azioni repressive dello stato hanno uno spettro molto più ampio della sola repressione dei movimenti insurrezionali; monitorando, perseguitando e incarcerando qualsiasi tipo di espressione anti-statale, anche al suo livello più minimo.

Nella lotta anti-carceraria, non ci sono situazioni più o meno meritevoli di solidarietà o visibilità. Il carcere, in quanto massima espressione quotidiana di questa società ingiusta, del totalitarismo insito nello Stato e nel sistema che protegge, merita di essere messo in discussione, criticato e attaccato da ogni possibile angolazione, a ogni livello, nella consapevolezza che non esiste un carcere più o meno politico, poiché ogni detenzione è l’ennesimo riflesso, l’ennesima conseguenza del sistema di ingiustizia sociale che gli Stati promuovono e proteggono.

Lo sciopero del nostro compagno Paolo Todde6 è stato e continua a essere, di per sé, un esercizio di azione e solidarietà intercarceraria, un appello alla solidarietà e alla lotta per i compagni detenuti a Uta e altrove, un appello che si basa su nient’altro che la condizione umana, nel tentativo di attivare una delle qualità più basilari e intrinseche dell’ideale libertario: la necessità di mostrare solidarietà e cospirare con coloro che sono oppressi.

L’azione in Cile

La notte del 24 giugno 2025 a Santiago de Cile, precisamente nel quartiere di “La Victoria”, è stato compiuto un atto di sabotaggio incendiario in solidarietà con i prigionieri anarchici che scontano lunghe pene. L’azione è stata una risposta all’appello alla solidarietà per Paolo Todde.

Quella notte, il personale dei Vigili del Fuoco del Sud Metropolitano è intervenuto e la prima autopompa ad arrivare sul posto ha trovato un autobus “completamente avvolto dalle fiamme”. Due autopompe sono riuscite a spegnere l’incendio e non si sono registrati feriti. Né l’autista né i passeggeri erano a bordo del veicolo quando sono arrivati ​​i vigili del fuoco.

Il funzionario in servizio presso la prefettura ha spiegato che “nella notte di lunedì, per motivi in ​​corso di accertamento, un gruppo di individui armati ha intimidito un autista di un mezzo pubblico (…) lo hanno intimidito con un’arma da fuoco”. Il funzionario ha aggiunto che gli aggressori hanno costretto l’autista a scendere dall’autobus per poi dargli fuoco “con benzina”. Inoltre, “sulla scena sono stati trovati volantini che alludevano alla causa anarchica” (…). Tra gli estratti degli oggetti rinvenuti, si menziona “Solidarietà con i prigionieri anarchici di lunga pena e lo sciopero di Paolo Todde”.7

La Procura ha stabilito che il personale del Labocar e il personale dell’OS-9, squadre specializzate della polizia, dovessero essere inviati sul posto per accertare le cause dell’incidente e localizzare gli sconosciuti. Dopo mesi di indagini, è stato emesso l’ordine di arresto e incarcerazione di tre compagni anarchici.

Clandestinità e sicurezza

La solidarietà pratica, intesa come uno dei principali mezzi di azione diretta, si basa sulla libera reciprocità, come si evince dalla correlazione di eventi tra la situazione dei prigionieri di Uta e lo sciopero di Paolo Todde, l’azione e la successiva fuga dei compagni in Cile. Lungi dal cercare di creare relazioni di dipendenza a qualsiasi livello, essa vuole essere un’ulteriore occasione in cui possiamo esercitare nuovamente la solidarietà nel senso ampio che deriva dall’essere parte di ciò che intendiamo per azione diretta.

Allo stesso tempo, la solidarietà deve essere un esercizio adattato a ogni situazione, a seconda delle esigenze, delle possibilità reali e degli specifici contesti repressivi che determinano i pericoli insiti in ciascuna di esse, sia per chi la esercita sia per chi ne ha bisogno.

Nel contesto attuale, in cui assistiamo a meccanismi di sorveglianza statale sempre più sofisticati e diffusi, è essenziale mantenere determinati criteri generali per la sicurezza di chi decide di sostenere i detenuti, comprendendo i rischi che ciò può comportare per coloro che sono coinvolti a diversi livelli nelle reti di supporto e, soprattutto, minimizzare i rischi per chi è latitante o in clandestinità.

La prudenza, lungi dal significare inazione, implica agire con discrezione, solidarietà, intelligenza, attenzione e impegno etico. Oggi, tre dei nostri compagni vivono sotto la costante minaccia di essere catturati e imprigionati. Pertanto, per garantire la loro continua libertà, la solidarietà deve essere espressa, soprattutto garantendo la sicurezza delle informazioni, anche negli stessi canali di supporto che si creano quando si cerca solidarietà con chi deve nascondersi per evitare il carcere. Devono essere rispettati livelli minimi di discrezione, cercando di non sapere più del necessario né di fornire più informazioni del necessario, anche quando si interagisce con le reti di supporto stesse.
Affinché questa solidarietà sia efficace e sicura, è essenziale sviluppare precise strategie di controspionaggio e protezione delle informazioni. Mantenere e rafforzare le reti di supporto, la sicurezza delle comunicazioni e la sorveglianza reciproca sono compiti fondamentali per garantire la continua libertà dei nostri compagni e l’efficacia della lotta anti-carceraria.

Lotta, solidarietà e impegno costante

Questa lotta non si esaurisce con l’atto di resistenza clandestino, né si limita allo spazio di una prigione o a un confine geografico. Lo sciopero della fame di Paolo Todde, le manifestazioni e le azioni di solidarietà in Cile e in altri territori formano una rete di lotta contro un sistema repressivo e iniquo che non si ferma mai. La solidarietà internazionale anti-carceraria deve rimanere un impegno attivo che trascende i muri delle prigioni, costruisce alleanze, evidenzia le ingiustizie e rafforza la resistenza su tutti i fronti.

I nostri compagni, siano essi detenuti, latitanti o clandestini, rimangono la forza trainante di questa lotta. Azione diretta, solidarietà consapevole e organizzazione permanente sono gli strumenti per smantellare questo sistema di oppressione. Pertanto, l’urgenza sta nel continuare ad agire e a mostrare solidarietà ovunque sia possibile e dove sia più efficace, con intelligenza, coraggio e coerenza politica. Solidarietà attiva e permanente in tutte le sue forme!

Per esprimere solidarietà:
solidaridad.internacional@subvertising.org


  1. Paolo Todde è un noto compagno anarchico sardo. Ha partecipato a diverse iniziative di solidarietà e a circoli antimilitaristi e anarchici di Cagliari. Nel 2004 è stato arrestato in relazione a un attentato alla sede di Forza Italia e nel 2005 durante un’operazione contro il circolo anarchico Fraria di Cagliari. Nell’ottobre 2017 è stato arrestato dopo una rapina a un ufficio postale e dal 23 ottobre 2024 è in custodia cautelare in carcere per la rapina a un’agenzia di scommesse. ↩︎
  2. Garante Nazionale dei Diritti delle Persone Private della Libertà: si tratta di un organismo composto da un presidente e due membri che si propone di difendere i diritti delle persone private o limitate nella libertà personale. Esistono anche difensori a livello regionale e locale. ↩︎
  3. Originariamente, la legge non specificava il contenuto dell’articolo 41-bis, il che ha portato la giurisprudenza a individuarne i limiti nell’articolo 14-quater dell’ordinamento penitenziario attraverso un’interpretazione sistematica della normativa. Tale approccio rimane vigente, ma solo con riferimento all’articolo 41-bis, comma 1, che disciplina i casi di rivolta e le situazioni di emergenza negli istituti penitenziari. In relazione al comma 2, introdotto dal decreto legislativo 8 giugno 1992, n. 306 con lo specifico obiettivo di eliminare possibili legami tra il detenuto e l’associazione criminale a cui appartiene, dal 2002 la legge ha specificato le misure applicabili:

    – Isolamento dagli altri detenuti. Il detenuto è collocato in una cella individuale e non ha accesso agli spazi comuni del carcere.

    – Rispetto ai detenuti ordinari, la libertà vigilata è limitata (concessa solo per alcune tipologie di reati) a due ore al giorno e viene scontata anch’essa in isolamento.

    – Il detenuto è sotto costante sorveglianza da parte di un’unità speciale di polizia penitenziaria, che a sua volta non ha contatti con gli altri agenti penitenziari.

    – Le visite dei familiari (consentite solo per alcune tipologie di reato) sono limitate nel numero (massimo una al mese, della durata di un’ora) e nella qualità (il contatto fisico è impedito da una parete di vetro a tutta altezza). Solo per coloro che non hanno diritto alle visite dei familiari, può essere autorizzata una conversazione telefonica mensile con familiari e conviventi della durata massima di dieci minuti, previo ordine motivato del direttore del centro.

    – In caso di colloqui con l’avvocato difensore, non ci sono limiti al numero e alla durata.

    – La posta in uscita e in entrata viene sempre controllata e comunicata al DAP.

    – Sono stabiliti limiti alle quantità, ai beni e agli oggetti che possono essere tenuti nelle stanze (penne, quaderni, bottiglie, ecc.) e anche agli oggetti che possono essere ricevuti dall’esterno.

    – Esclusione della rappresentanza di detenuti e reclusi. ↩︎
  4. l regime di massima sicurezza in Cile è un sistema carcerario speciale implementato per i detenuti ad alto rischio, come i membri di bande organizzate o coloro che sono stati condannati per reati gravi come il terrorismo. È caratterizzato da un controllo rigoroso, visite limitate solo attraverso una sala visite, sorveglianza costante nelle singole celle, uso obbligatorio dell’uniforme e accesso limitato al cortile (solo due ore). Questo regime si sta estendendo da Santiago ad altre regioni del paese e si stanno apportando miglioramenti alle infrastrutture e alla tecnologia carceraria, come il blocco dei telefoni cellulari. ↩︎
  5. Progetto di Legge sulla Sicurezza 660 (approvato dalla Camera dei Deputati nel 2024):

    – Penalizzazione dei blocchi stradali: le pene sono inasprite per coloro che bloccano strade e ferrovie, rendendo il reato un reato penale anziché amministrativo.

    – Resistenza passiva: la resistenza passiva all’ordine di un agente di polizia è ora un reato penale, con la conseguente imposizione di sanzioni penali.

    – Occupazione illegale: gli occupanti illegali possono ora essere perseguiti.

    – Vendita di carte SIM: è ora vietata la vendita di carte SIM a cittadini extracomunitari senza permesso di soggiorno. ↩︎
  6. https://lanemesi.noblogs.org/post/2025/06/03/appello-urgente-alla-solidarieta-con-il-compagno-paolo-todde-in-sciopero-della-fame/ ↩︎
  7. https://informativoanarquista.noblogs.org/post/2025/06/26/chile-atentado-incendiario-a-bus-re ↩︎


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