Storie di lotte antimilitariste a Niscemi e in Sicilia
Niscemi bedda, Niscemi mia,
c’è cu lotta e cu talìa.
Combattiamo contro tre giganti mio caro Sancho:
l’ingiustizia, la paura e l’ignoranza.
Guerra globale automatizzata, colonialismo, neoliberismo e stato-mafia sono i moderni Quattro Cavalieri dell’Apocalisse Siciliana, cavalcano sempre insieme nel loro costante tentativo di distruggere e conquistare tutto ciò che esiste liberamente al di fuori della loro logica, in quest’isola come altrove. Portano invasioni, occupazioni militari e devastazioni ambientali, derubano le economie locali di ogni risorsa e ricchezza, impoverendo drasticamente le popolazioni autoctone e costringendole o a sottomettersi o a scappare ed emigrare. Alfiere e apoteosi di tutto ciò, il Mobile User Objective System (MUOS), incarna pienamente la mostruosità di tale progetto, il cui scopo è la sorveglianza, il controllo e infine la conquista totale dell’esistente su scala planetaria attraverso una guerra permanente e globale. La storia di questo mostro della modernità che occupa Niscemi (Caltanissetta) è tanto paradigmatica e simbolica di questo nuovo millennio da poter essere paragonata ad un prisma di cristallo che ci permette, in base all’angolo da cui lo guardiamo, di osservare come diverse realtà si intreccino fra di loro: la Sicilia e la sua importanza militare strategica a livello geopolitico internazionale; le classiche dinamiche di servilismo opportunista di ogni governo italiano al diktat statunitense; l’infiltrazione mafiosa nei progetti economici e militari Italia-USA-Sicilia; il saccheggio e l’estrattivismo dei territori e delle campagne nel nome del progresso capitalista; il ruolo imperialistico e coloniale degli USA nell’Isola e nel Mediterraneo in chiave globale.
Va ricordato, infatti, che dal 2001 in poi, la strategia militare di Stati Uniti e NATO ha assunto un carattere permanente, orientandosi non solo alla sorveglianza planetaria ma anche alla proiezione della propria egemonia attraverso una crescente automatizzazione e continuazione dei conflitti su scala mondiale. Attraverso il sistema del forward basing, Washington possiede oltre 5.000 installazioni militari e impiega più di 270.000 unità nel mondo, di cui 80.000 tra Germania, Regno Unito e Italia (12.500). Il Mediterraneo rappresenta un’area chiave in questa rete, estendendosi dalle Azzorre alla Turchia e coinvolgendo tutte le nazioni delle sponde nord e sud. La Sicilia, in particolare, riveste un ruolo strategico essenziale per il controllo e l’accesso al Sud Ovest Asiatico (nomenclatura oggi preferita a “Medio Oriente” per scartare l’ormai obsoleto linguaggio orientalista occidentale di retaggio coloniale) e all’Africa. Tale infrastruttura militare globale consente una rapidità operativa senza precedenti, rendendo la distanza geografica un fattore quasi irrilevante grazie all’efficienza logistica e alla capillarità delle basi. In Italia sono presenti quattro strutture NATO principali: il centro ricerche di La Spezia, il Defense College di Roma, il Comando di Napoli e la base navale di Taranto. Le oltre 120 basi Nato/Usa (conosciute e segrete) si distribuiscono in tutto il Paese: da Aviano e Ghedi, appartenenti all’aeronautica USA e fornite di testate nucleari, a Camp Ederle e Camp Darby per l’esercito, fino a Gaeta e Napoli per la marina e il comando NATO. In Sicilia, Sigonella è il fulcro delle operazioni aeronavali statunitensi nel Mediterraneo, da cui l’esemplificativo soprannome «hub of the Med», ospitando droni per sorveglianza e attacchi mirati, affiancata dalla base navale di Augusta, che custodisce armamenti pesanti e sottomarini a capacità nucleare. La forte presenza militare nordamericana sull’isola è da decenni oggetto di tensioni politiche e proteste popolari, mentre nel Mediterraneo continua a operare stabilmente la VI Flotta degli Stati Uniti. La domanda che sorge spontanea allora è: perché e da quando esistono così tante basi militari USA in Italia e in Sicilia?
Dal famigerato sbarco d’invasione degli angloamericani nel 1943 (Operazione Husky) ad oggi, gli yankees non hanno fatto altro che aumentare la loro presa e presenza sulla terra di Trinacria, occupando, espropriando, devastando, edificando e disseminando il territorio di installazioni militari di ogni genere: porti e aeroporti, poligoni, depositi di armamenti e munizioni (molti abbandonati o segreti), stazioni e centri di telecomunicazioni, strade e ferrovie ad uso militare, mezzi terrestri e marini, sottomarini, velivoli, cacciabombardieri, droni, e, dulcis in fundo, il fiore all’occhiello della macchina militare USA-NATO nel Mediterraneo, le basi NASSIG di Sigonella e NRTF – MUOS di Niscemi. Queste strutture sono di vitale importanza per gli interessi mmiricani, e costituiscono le ragioni principali di una militarizzazione così intensa ed estesa sull’isola, con ovvie ricadute gravi sulla popolazione e l’ambiente. La nostra intenzione è dunque di illustrare le criticità a livello ambientale, socioeconomico, sanitario, politico, umano e infrastrutturale, di cui, a pagarne lo scotto, è sempre la comunità locale. È fondamentale inoltre non dimenticare che da più di quarant’anni la popolazione siciliana si oppone, in vari modi, a tutti questi progetti militari, coloniali, mafiosi e affini, e che tanta gente si è battuta per denunciare e lottare contro questi mostruosi titani bellici fatti d’acciaio e polvere da sparo. Anche di questo è importante parlare, affinché la nostra memoria ribelle non si spenga e ci ricordi che, se da un lato è vero che dobbiamo fronteggiare giganti spietati, all’apparenza inarrivabili e imbattibili, dall’altro è altrettanto vero che il popolo siciliano ha sempre forgiato la propria storia da protagonista, resistendo e battendosi per la libertà della propria terra contro ogni dominazione straniera o potenza militare-colonizzatrice di turno.
Cacoccioli VS US Army: storie e lotte NO MUOS a Niscemi
Quando penso a Niscemi, il mio paese materno si materializza nella mia mente in due simboli molto vividi e viscerali: i cacoccioli e il NO MUOS. A livello locale, Niscemi è conosciuta come la capitale del carciofo violetto, di cui esiste anche una famosa sagra primaverile. Il territorio su cui sorge questa cittadina di poco più di 24.000 abitanti ha infatti da sempre avuto una discreta rilevanza dal punto di vista agricolo. Il paese si erge a 332 m.s.l.m. su una collina dei Monti Erei, sovrasta la Piana di Gela con una vista panoramica magnifica (u tunnu) che si estende fino al mare, e l’etimologia del suo nome deriva, con molta probabilità, dall’arabo « نَشَمَة » Neshemeh, cioè olmo, albero di cui l’intera zona è ricolma. Il terreno argilloso e ricco di tufo la rende inoltre un’area fortemente sensibile a frane e sismi (vari terremoti nel corso dei secoli ne hanno rimodellato il volto e scosso il destino). All’infuori dell’Isola e delle reti antimilitariste nazionali, invece, l’esistenza di Niscemi e le storie legate a questo territorio sono praticamente sconosciute. Fa parte di quel rimosso collettivo legato al Mezzogiorno e alla Sicilia che la propaganda dello stato italiano ha da sempre tutto l’interesse a mascherare, ridimensionare e cancellare. Oltre a parlare di MUOS, dunque, credo sia prima importante menzionare l’eredità umana unica di Niscemi, per fornire uno sfondo introduttivo necessario a mantenere viva la memoria e a ricordarci che la nostra storia non può e non deve essere definita esclusivamente dai rapporti coloniali odierni con gli yankees, che il nostro passato ha radici ancestrali e mitologiche ben più antiche dell’esistenza degli stessi Stati Uniti d’America.
Niscemi affonda le sue origini nella preistoria, con insediamenti neolitici e sicani attestati da tombe rupestri e necropoli dell’età del bronzo; in epoca greca e romana il territorio fu intensamente coltivato come Plaga Calvisiana, mentre sotto gli arabi il centro rinacque come borgo fortificato chiamato Fata-Nascim (“passo dell’olmo”, da cui Nasciam), nome che evolse poi in Nixenum in età normanna e infine in Niscemi. Più volte distrutta e rifondata, la città moderna è legata alla leggenda del pastore Andrea Armao, che nel 1599 trovò il bue Portagioia inginocchiato davanti a un’immagine della Madonna presso una sorgente, evento da cui nacque il culto di Maria SS. del Bosco, patrona del paese. La successiva iniziativa della nobildonna Giovanna Branciforte nel Seicento sancì la rifondazione ufficiale del centro e l’avvio della sua storia urbana moderna.
Durante l’Ottocento e l’Unità d’Italia, Niscemi fu teatro di vari eventi e fermenti politici: Re Ferdinando II visitò la città nel 1838, lamentandosi per le pessime strade (situazione tragicomicamente riscontrabile ancora oggi); nel gennaio 1848 la popolazione prese parte all’insurrezione antiborbonica con Salvatore Masaracchio al comando della Guardia Nazionale, e nel 1860 il paese aderì alla spedizione dei Mille, ospitando i garibaldini e votando l’annessione al Regno d’Italia. Masaracchio, divenuto sindaco, fu assassinato nel 1864 da Matteo Di Benedetto, figlio del famigerato brigante Parachiazza, attivo in scorribande nelle campagne postunitarie. Nel 1891 Niscemi fu il secondo centro abitato siciliano, dopo Catania, dove venne fondato il Fascio dei Lavoratori, che ottenne nel 1897 la lottizzazione, assegnazione e ridistribuzione delle terre demaniali ex feudali ai contadini.
Il Novecento fu segnato da ulteriori tensioni sociali e violenze politiche: nel 1922 il socialista Salvatore Noto fu ucciso da squadristi fascisti nella piazza centrale di fronte la chiesa madre, e tra le due guerre mondiali si moltiplicarono furti e rapine, dovute principalmente alla totale disoccupazione e alla dilagante miseria in cui era costretta la popolazione. Per far fronte a questa povertà estrema, numerosi braccianti e contadini si unirono nuovamente in organizzazioni collettive per rivendicare l’assegnazione delle terre rimaste improduttive. Durante e dopo il secondo conflitto, si impose la famigerata “Banda dei Niscemesi”, guidata da Rosario Avila (detto Canaluni) e Salvatore Rizzo – personaggi conosciuti dal popolo di cui ancora oggi mia nonna e le mie zie raccontano storie – responsabile di numerosi colpi, tra cui l’uccisione di vari carabinieri. Avila fu trovato morto nel 1946 in circostanze mai ben chiarite e la banda venne rapidamente sgominata. Le agitazioni sociali e le difficoltà economiche che avevano segnato il periodo tra le due guerre si ripresentarono anche nel dopoguerra: nel 1947, oltre quattromila lavoratori presero parte a una manifestazione che sfociò in disordini, atti di esproprio o saccheggio e violenta repressione poliziesca. Le mobilitazioni proseguirono ancora per alcuni anni, ma si esaurirono progressivamente fino al 1951, quando molti di quei lavoratori, sfiduciati dalla mancanza di prospettive, decisero di emigrare all’estero – esistono varie comunità di niscemesi in Germania ancora oggi – o in altre regioni italiane in cerca di un futuro migliore, destino comune della popolazione sicula in quegli anni. Alla fine del secolo, tra 1992 e 2003 l’amministrazione comunale di Niscemi venne più volte commissariata per infiltrazioni mafiose, mentre nel 1997 una violenta alluvione seguita da una frana colpì il quartiere Sante Croci, con l’omonima chiesa crollata fino a valle, danneggiando decine di abitazioni e causando lo sfollamento di oltre cento famiglie.
Questi eventi testimoniano una lunga storia sociopolitica complessa e unica, fatta di continua resistenza, rinnovamento e lotta all’ordine costituito, sia da parte di folle rivoluzionarie di contadini che, talora, attraverso un banditismo provinciale legato alla criminalità organizzata delle campagne. In questo lungo e profondo solco storico, gli USA entrano in scena solo all’ultimo, da poco più di trent’anni, riuscendo però a danneggiare l’ambiente e la salute della popolazione niscemese a livelli mai raggiunti prima.
Niscemi è infatti diventato il terreno di scontro tra una comunità prevalentemente contadina e interessi geopolitici globali. Nella Riserva Naturale Orientata della Sughereta (3.000 ettari ca.), ultimo lembo di quella che un tempo era la foresta di sughero più estesa della Sicilia centro-meridionale, area naturale protetta e sito d’interesse comunitario SIC, sorge quell’imponente mostro militare statunitense chiamato MUOS. Questo territorio, già segnato dagli effetti devastanti dell’inquinamento prodotto per decenni dal polo petrolchimico di Gela – decimazione della fauna marina, malformazioni genetiche e incidenze tumorali elevatissime nella popolazione – si è trovato nuovamente sotto pressione: da un lato, un contesto sociale impoverito, colpito da disoccupazione, migrazione giovanile, carenza di trasporti, infrastrutture o servizi essenziali; dall’altro, una delle strutture di comunicazione bellica più avanzata mai realizzate dagli USA in Europa. Questo sofisticato sistema di telecomunicazione satellitare fa parte della Naval Radio Transmitter Facility (NRTF), operativa dal 1991, occupa 1.660 km2 (tra le basi militari più estese in Italia) di terreni prevalentemente boschivi e agricoli, e fu formalmente trasferito al Demanio dello Stato (Aeronautica Militare) nel 1988. Serve a garantire il flusso continuo e sicuro di dati tra le diverse unità operative di superficie, sottomarine, terrestri e aeree e le strutture C4I (Command, Control, Computer, Communications and Intelligence).

L’infrastruttura è “ad uso esclusivo delle forze armate degli Stati Uniti”, come stabilito dall’accordo tecnico sottoscritto a Roma nel 2006 tra il Ministero della Difesa italiano e il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti. In esso venivano elencati i beni in dotazione permanente agli USA nella base di Niscemi: il sistema di trasmissione e l’antenna a microonde, l’edificio Helix House con antenna a bassa frequenza (LF), un magazzino, una struttura per la protezione antincendio, un’officina per la manutenzione elettronica, un serbatoio idrico e 37 antenne HF per le comunicazioni ad alta frequenza. Il sito di Niscemi gestisce un’ampia gamma di frequenze radio, dalle “ultra e super alte” (UHF e VHF), tipicamente usate per le comunicazioni con aerei e satelliti, fino alle frequenze estremamente basse e bassissime (ELF, VLF, LF), le uniche in grado di attraversare gli oceani e comunicare con i sottomarini nucleari in immersione profonda. Nel 2006 inoltre è stato installato a Niscemi un sistema aggiuntivo di ricezione e trasmissione automatica integrata, denominato ISABPS, il quale consente la gestione completa delle comunicazioni in bassa frequenza con i sommergibili strategici nell’ambito del programma Atlantic Low Frequency Submarine Broadcast. Si tratta dunque di una rete globale sviluppata dal Dipartimento della Difesa USA per assicurare comunicazioni rapide, criptate e stabili alle forze armate yankee dispiegate in ogni angolo del pianeta. Indicativo è il fatto che il progetto MUOS, nato nei primi 2000 allo scopo di aggiornare al terzo millennio le tecnologie militari USA, è stato appaltato dalla Lockheed Martin. Il terminale terrestre di Niscemi è composto da tre gigantesche parabole di 18 metri di diametro ciascuna e due antenne UHF, ed è collegato a una costellazione di satelliti geostazionari che permettono lo scambio istantaneo di dati fra comando centrale e unità operative in movimento nel globo: droni, navi, sottomarini, veicoli terrestri e aerei. L’impianto è il quarto centro di questo tipo nel mondo – gli altri si trovano in Australia, Virginia e Hawaii – e assume una centralità strategica nel teatro euro-mediterraneo, in particolare per le operazioni militari in Africa, “Medio Oriente” ed Europa orientale. Il MUOS ha così sostituito il precedente sistema UFO, garantendo un’infrastruttura più avanzata per le attività C4ISR (Comando, Controllo, Comunicazioni, Informatica, Intelligence, Sorveglianza e Ricognizione).
Il travagliato iter autorizzativo è andato per anni di pari passo alle contestazioni istituzionali e popolari. In principio, la richiesta per installare uno dei terminali MUOS in Sicilia fu avanzata dall’ambasciata statunitense al Ministero della Difesa nel 2005. Inizialmente previsto per la base di Sigonella, il progetto fu poi spostato a Niscemi in seguito a uno studio (“Sicily RADHAZ Model”) che segnalava la pericolosità delle emissioni per gli esplosivi presenti a Sigonella. La nuova collocazione fu approvata senza troppi problemi dall’Assessorato regionale Territorio e Ambiente nel 2008, nonostante fosse situata in una riserva naturale. Queste decisioni calate dall’alto confermarono ancora una volta come le intenzioni colonialiste delle superpotenze straniere calpestino e sovradetermino tutto ciò che vogliono conquistare, noncuranti né degli impatti ambientali né della potenziale pericolosità sulla vita e la salute della popolazione. Inevitabilmente, quindi, si sollevarono obiezioni sin da subito: il Comune di Niscemi chiese verifiche all’ARPA Sicilia, evidenziando carenze nei dati forniti dalla Marina USA e scarsa collaborazione nei tavoli tecnici. Nel 2011, nonostante l’ARPA avesse sottolineato l’impossibilità di effettuare valutazioni attendibili per mancanza di informazioni, il governo regionale – guidato allora da Raffaele Lombardo – firmò un protocollo d’intesa con il Ministero della Difesa autorizzando il progetto. Alla base di questa decisione, un parere favorevole firmato da due docenti dell’Università di Palermo (Luigi Zanforlin e Patrizia Livreri), che reputavano l’impianto non dannoso per la salute. Di fronte ai soliti intrallazzi istituzionali, a contrastare questa posizione palesemente apologetica e collusa fu lo studio indipendente di Massimo Zucchetti e Massimo Coraddu del Politecnico di Torino, voluto dal nascente Movimento NO MUOS, il quale evidenziò gravi lacune nelle misurazioni ufficiali, sottovalutazioni dell’impatto e potenziali danni diretti alla salute umana e all’ambiente. Il rapporto segnalava anche rischi per il traffico aereo e la fauna, in particolare per uccelli e api, sottoposti a effetti letali o debilitanti a causa delle onde elettromagnetiche.
Nei successivi anni si verificarono numerosi blocchi ai lavori a livello istituzionale, spesso ritirati nel giro di breve tempo. Un esempio significativo è il sequestro dell’impianto disposto nell’ottobre 2012 dalla Procura di Caltagirone, provvedimento poi annullato nel giro di due settimane dal Tribunale della Libertà di Catania. Particolarmente nota, poi, è la vicenda della cosiddetta “revoca della revoca” avvenuta nel 2013 per mano di Rosario Crocetta. In quell’occasione, l’allora Presidente della Regione revocò l’autorizzazione, avviando però parallelamente un confronto con il governo nazionale allo scopo di sottoporre il progetto a una nuova Valutazione di Impatto Ambientale, da affidare a un ente tecnico terzo, successivamente identificato nell’Istituto Superiore di Sanità. Quest’ultimo minimizzò i rischi, sostenendo: «non sono prevedibili rischi dovuti agli effetti noti dei campi elettromagnetici, e anche nell’ipotesi poco probabile di un puntamento delle antenne paraboliche a livello del terreno, o comunque nelle direzioni di persone che potrebbero essere esposte al fascio principale, si ritiene che tali rischi possano essere considerati del tutto trascurabili». Anche in questo caso, si trattava di valutazioni affrettate e inattendibili, il cui unico vero scopo era forzare il via libera ai lavori nel minor tempo possibile. Crocetta, sulla base di questo pseudo parere scientifico, e spinto dall’ambasciatore USA in visita, con una mossa tanto ipocrita quanto fantozziana, revocò la sua stessa revoca, autorizzando la ripresa dei lavori. Non è un caso che poi lo stesso TAR Sicilia annullò la relazione dell’ISS, dando ragione a chi si opponeva al MUOS e instillando nuova linfa nelle contestazioni. Nonostante tutto ciò, i lavori continuarono e nel 2014 furono terminati in gran parte, con l’impianto che divenne pienamente operativo solo nel novembre 2016, (poi aggiornato e ottimizzato fino al 2019) dopo anni di contenziosi e manifestazioni. La finalizzazione della base ha rappresentato, per molti, l’ennesima prova del servilismo istituzionale italiano e siciliano, oltre che l’imposizione autoritaria del diktat imperialista USA finalizzato a trasformare la Sicilia in una “portaerei a stelle e strisce”, ad ogni costo e contro ogni buon senso o volontà popolare, per esportare la buona vecchia “democrazia occidentale” con sempre più armi e intelligence.

In parallelo all’evoluzione istituzionale, il Movimento NO MUOS ha costruito una delle mobilitazioni popolari più vaste e articolate della storia recente dell’isola. Nato nel 2009 come reazione spontanea di niscemesi e associazioni locali, il movimento ha saputo espandersi fino a diventare un network regionale e nazionale, collegandosi anche alle lotte antimilitariste di altre parti d’Italia e del Mediterraneo – NO TAV, NO PONTE, NO TAP e tanti altri. La mobilitazione contro il MUOS prese forma già nel 2008 con la Campagna per la smilitarizzazione di Sigonella. Il 25 febbraio 2009 nacque a Niscemi il ‘Comitato cittadino No MUOS’, e pochi giorni dopo prendevano già vita manifestazioni con migliaia di persone coinvolte. Il movimento si estese includendo comitati, sindaci, scuole, associazioni, e un ampio spettro sociale. Momenti chiave di quegli anni furono l’istituzione del presidio permanente (ottobre 2012), la nascita dei Comitati Mamme No MUOS (soprattutto a Caltagirone) e azioni dirompenti come il blocco dei convogli militari o l’occupazione della base (arrampicandosi su alcune antenne) e dell’Assemblea Regionale Siciliana. Nonostante gli ostacoli, il movimento riuscì più volte a rallentare i lavori e a influenzare le decisioni delle autorità. Nel 2015, il TAR accolse i ricorsi dei comitati e annullò le autorizzazioni, ma pochi mesi dopo il CGA ribaltò la sentenza. Il dissequestro fu confermato dalla Cassazione nel 2017. Negli anni seguenti, le autorità intensificarono la repressione giudiziaria: centinaia di attivisti furono processati, e nel novembre 2022 diciassette manifestanti furono condannati per fatti legati a una protesta del 2014. Tuttavia, la battaglia non si è conclusa: pochi giorni dopo quella sentenza, il TAR Palermo condannò il Ministero della Difesa per aver concesso illegalmente opere di rafforzamento del MUOS.
Aldilà del lungo e particolare percorso storico-politico, quello di Niscemi resta un caso emblematico del nostro presente: da un lato, la super-prepotenza di un impero tecnologico-militare globale; dall’altro, una piccola comunità rurale che, nonostante le scarse risorse e la marginalizzazione sociale, ha saputo costruire una delle resistenze civili più determinate dell’Italia contemporanea e proprio in virtù di ciò il Movimento NO MUOS rappresenta un’esperienza di lotta fondamentale e formativa per la Sicilia. Le iniziative più significative hanno visto diverse azioni e pratiche di lotta sperimentate negli anni e sono ancora oggi parte del patrimonio di resistenza NO MUOS: le assemblee popolari nelle piazze; i presidi permanenti nei pressi della base; le grandi manifestazioni di massa (fino a 20.000 partecipanti); le azioni dirette come il blocco dei camion militari o le incursioni nei cantieri; i campeggi di lotta estivi e invernali; una costante opera di controinformazione, attraverso convegni, assemblee pubbliche, documentari, studi indipendenti e produzioni editoriali. Il movimento ha inoltre avuto il merito di riportare al centro del dibattito pubblico i temi della cura territoriale, della tutela della salute, della difesa dell’ambiente e del diritto all’autodeterminazione dei popoli. In un contesto in cui la Sicilia è destinata a diventare teatro di guerra tra superpotenze, l’opposizione al MUOS è riuscita a catalizzare una coscienza collettiva che ha unito studenti, contadini, muratori, medici, ingegneri, attivisti, anziani e giovani in una battaglia comune contro la trasformazione dell’isola in una base di guerra permanente.
Alla fine dei conti, dobbiamo ricordarci che “i popoli in rivolta scrivono la storia”, e che bisogna essere sempre “NO MUOS fino alla vittoria” se vogliamo sperare di cambiare veramente le nostre sorti attuali verso un futuro migliore.
Ad Euno,
schiavo ribelle araldo di libertà,
e a tutte le genti
che si sono ribellate
e hanno combattuto per la propria libertà
in questa isola tanto bedda quanto mischina.
Questo articolo disponibile anche in una versione leggermente più estesa in formato zine, sia in italiano che in inglese
