Sui tre fratelli contadini di Castel d’Azzano
Avvengono ogni tanto dei fatti che il tritacarne della cronaca non può ignorare ma che, pure, non riesce a trasformare nell’omogeneizzato con cui nutrire, rincoglionendola, la società degli spettatori. Se Luigi Mangione ed Elias Rodriguez che strappano il monopolio della violenza allo stato yankee e alle sue classi proprietarie reazionarie ricordano l’etica e la determinazione dei nichilisti russi, non ci sembra un caso che qui, nella cosiddetta Italia, la violenza degli oppressi venga dagli scampoli di quelle classi contadine che in un tempo non troppo remoto furono la spina dorsale dei tessuti di umanità povera e della loro guerra sociale. Come se queste frecce di sensibilità altra si scagliassero contro il treno della storia che le abolisce e contro il personale in divisa che ne gestisce ingressi ed esclusioni. Come se la modernità potesse solo in apparenza abolire la memoria delle lotte di ieri ma che questa invece, bandita, riemerge in grumi di coscienza individuali e fraterni pronti a riesplodere.
Sulla vicenda di Castel D’azzano, proponiamo di seguito un testo a firma ” Tabor”, che ci ha trovati particolarmente consonanti per il tono e i contenuti.
P.s. Sulle nostre montagne, è ancora in uso tra contadini e pastori (più o meno underground) l’abitudine di appendere agli alberi delle bombole vuote da suonare a mo’ di campanacci: nell’ordinario, per comunicare con il bestiame, in determinati orari; o con scampanii più accesi, rivolti ai vicini, nel caso di visite inattese e indesiderate. Che questo inedito miscuglio di cronaca e di antico – l’azione e la sua sorella taciturna, quella dignità del “mai più subire!” – possa rischiarare gli animi su un altro loro possibile utilizzo?
- Per scrivere ai tre:
Maria Luisa, Dino e Franco Ramponi,
Casa Circondariale di Verona Montorio,
via S. Michele 15, 37141, Verona (VR)
SORPRESA!
Sono le tre di mattina, il 15 ottobre, quando a Castel D’Azzano, sud di Verona, decine di carabinieri irrompono in una cascina abitata da due fratelli e una sorella. Una storia di debiti e pignoramenti. Già espropriati delle loro terre, ora è la volta della casa. Ma i tre hanno riempito la casa di gas e – come avevano promesso – fanno saltare tutto. Il boato, le fiamme, il crollo. Risultato, tre carabinieri morti e una trentina feriti. Anche la sorella rimane gravemente ferita. Tutti e tre vengono arrestati. Titoloni: «La più grande strage di carabinieri dai tempi di Nassiriya in Iraq». Franco Ramponi era nato nel 1960, Dino nel 1962, Maria Luisa nel 1965. Sentite cosa ne dicono i giornali, non importa quali, sono tutti così: «Erano venuti giù dalla montagna ed erano strani. Come i loro genitori». «I campi da coltivare, le mucche da mungere all’alba. Finiva lì il mondo di questi fratelli, ancora più uniti dopo la morte del padre e della madre». «”Una vita grama”, ripetono qui. Chi vive a Castel D’Azzano addirittura sostiene che nemmeno andassero a fare la spesa, Franco, Dino e Maria Luisa». «Non si erano mai rivolti al Comune per chiedere aiuto, – racconta la sindaca del borgo, – e dopo l’eventuale sgombero avevamo proposto di assisterli in prima ospitalità in un hotel o un B&B. Hanno rifiutato tutto». Questo il tono dei commentatori: «Uno spaccato di vita contadina sopravvissuto alla modernità e che ha portato a questa tragedia». «Un attaccamento alla casa e alla terra che era diventato un’ossessione, una patologia, fino a portarli a questo gesto estremo». Avete sentito bene, difendere la propria casa e la propria terra sarebbe una “patologia” agli occhi del giornalista che, immaginiamo, dal suo appartamentino di Milano scende tutti i giorni a far la spesa. Mentre quei montanari sradicati e sfollati in pianura “non volevano andare ospiti in un B&B” e “non andavano neanche a fare la spesa”!!! Eccolo l’atavico disprezzo che il cittadino borghese moderno e sofisticato cova per il contadino, peggio ancora se montanaro, il rustico rozzo, ignorante, sporco perché legato alla terra e agli animali. Un disprezzo antropologico per questi “sopravvissuti alla modernità”, che emerge in tutto il suo livore quando la rabbia contadina esplode, ma che rimane sottotraccia fino a quando il burino se ne sta buono e zitto a sgobbare a testa bassa per riempire gli scaffali dei loro maledetti supermercati o negozietti bio. I dettagli legali all’origine dei pignoramenti sono poco interessanti, le ragioni sono sociali, e chi vive in aree montane e rurali sa bene che non sono niente di eccezionale. Anzi. Famiglie di agricoltori, aziende agricole, piccole imprese artigianali strozzate dai debiti e ridotte, fin che ce la fanno, a lavorare per arricchire le banche, è quasi la norma. Questa è la vera tragedia, oltre al fatto che tre poveracci passeranno – temiamo – il resto dei loro giorni in galera. L’unica cosa eccezionale è il fatto che questi fratelli hanno avuto il coraggio, la lucida follia se volete, di resistere a ogni costo, invece di suicidarsi impiccandosi in garage o lasciandosi morire di psicofarmaci e televisione (come dovrebbero fare tutti i cittadini onesti e rispettosi della legge, vero?). E hanno avuto anche la sfrontatezza – questi cafoni – di tener fede alla parola data: sia al patto di non mollare mai che, a quanto pare, avevano stretto tra di loro; sia alla promessa fatta pubblicamente durante il precedente tentativo di sgombero: «Se tornate facciamo saltare tutto». Bum. Detto fatto. Che sorpresa, neh? Che qualcuno, nella modernità, possa ancora dare valore alla parola data, evidentemente è qualcosa di incredibile per i nostri contemporanei (sicuramente lo è, o meglio lo era, per quegli “espertissimi” carabinieri che sono andati a spiaccicarsi sotto le macerie della cascina). In questo senso è davvero “uno spaccato di vita contadina sopravvissuto alla modernità”, perché nel mondo contadino la parola data era sacra. Mentre oggi non vale più niente, valgono solo distintivi e scartoffie, nella modernità. Quella modernità che per affermarsi, e portarci dove siamo, ha espropriato, sradicato, umiliato e disgregato ogni tessuto comunitario, ogni rete di vicinato, ogni sentimento di umana solidarietà. E che ha lasciato tutti isolati e disarmati davanti a un potere spietato, implacabile, burocratico, disumano. E che oggi si sorprende e piange lacrime di coccodrillo quando qualcuno sente di non aver più nulla da perdere e non prova pietà per quegli eroici servitori dello Stato che vengono nel buio della notte a sfondargli la porta per portargli via la casa dopo avergli portato via tutto il resto. Guarda un po’! Fanculo. Se c’è qualcosa di sorprendente è che non succeda ogni santo giorno.
– TABOR, 17 ottobre 2025
