pubblicato in origine su Disfare – Bollettino contro il mondo-guerra #1 “Umani contro il fuoco” (primavera 2025)
Parlare del movimento “Non si parte!” equivale a rompere un muro di silenzio e di discredito che ha avvolto per decenni questo importante momento di autorganizzazione e rivolta sociale. Sono ottant’anni. Non è certo “per caso” che la rimozione di questa storia sia avvenuta. Da un lato, storici fedeli alla linea del PCI togliattiano hanno, da subito e per molto tempo, descritto questi avvenimenti come il frutto di orchestramenti fascisti, separatisti, comunque sempre reazionari; dall’altro, ha contribuito la spirale del silenzio che spesso avvolge i momenti di radicale violenza e illegalità, quando non riescono a imboccare la strada della rivoluzione sociale. Nelle circostanze in cui si sviluppò e che vedremo, il movimento di classe in Sicilia non poteva contare sulla solidarietà fuori dall’isola, com’era invece successo all’epoca dei Fasci siciliani coi solidali moti insurrezionali in Lunigiana, e dovette approfondire le possibilità offerte dal radicamento e dalla conoscenza dei territori interessati dalla rivolta.
È solo grazie alla pubblicazione dell’autobiografia di Maria Occhipinti e all’impegno successivo degli anarchici/che siciliani, e ragusani in particolare, se la lotta per la memoria è stata ripresa, dando dei risultati forse frammentari ma chiarissimi di un estesissimo movimento autonomo di azione diretta contro il militarismo, di espropriazione dei magazzini dei padroni e dei militari, di sperimentazione rivoluzionaria.
«Per anni le pressioni di tipo ideologico da un lato, e il ricordo di un momento di forte “illegalità” dall’altro hanno indotto gran parte degli anonimi protagonisti ad operare una specie di rimozione; la memoria si è chiusa nel rimorso, la storia, già divenuta “altra storia”, è stata soppiantata dalla Storia ufficiale; questo è quel che è sempre accaduto in casi simili, e le voci che han continuato a sostenere la verità dei fatti sono rimaste isolate e soffocate»
Dall’introduzione di Pippo Gurrieri alla pubblicazione illustrata Non si Parte! Non si parte! Le sommosse in Sicilia contro il richiamo alle armi, Sicilia Punto L
Rompere la rimozione
Come per altri avvenimenti della storia di Sicilia, dove alla colonizzazione materiale e militare si è sovrapposta quella culturale e storiografica, per parlare del Non si parte bisogna dilatare una densità eccessiva, per poterci guardare dentro.
Nel farlo, quindi, procederò con un movimento in due tempi: innanzitutto, qualche nota sul contesto siciliano di quegli anni, con un occhio particolare alle condizioni materiali e spirituali delle plebi (quasi tutte) contadine e (di scarso numero, presenti solo nelle città) operaie; poi tratteggerò con veloci pennellate alcuni momenti delle rivolte, evidenziando il maturare di condizioni insurrezionali in contesti particolari in cui i compagni avevano preparato e spinto in quella direzione, attingendo ad un’immaginazione (l’unico luogo non infestato dalla peste fascista) non disgiunta dalla memoria e dai sogni di lungo corso delle lotte contadine. In conclusione, alcune considerazioni valide per il presente e una scarna bibliografia.
La guerra in Sicilia finisce un anno e mezzo prima che nel resto d’Italia: l’8 settembre del 1943 viene firmato, a Cassibile, l’armistizio tra le forze alleate sbarcate in Sicilia e il governo italiano presieduto dal fascista Badoglio. Finisce così la guerra e comincia l’occupazione militare, con l’amministrazione degli eserciti anglo-americani che, nell’isola, svolge funzioni di governo oltre che di polizia.
Tra le masse povere siciliane esplode dapprima un senso di entusiasmo e di sollievo alla notizia della “pace”, dell’arrivo degli alleati, ma l’entusiasmo dura poco. Le condizioni di vita sono più grame di prima per i più, molti Siciliani/e patiscono la fame, non si conta il numero dei morti, feriti e dispersi nella guerra del duce: un doppio dolore per le economie contadine che possono contare su poche braccia, rispetto a quelle date alla “patria”. Tutto questo mentre le case dei porci borghesi non mancano di nulla: molti figli dei ricchi erano infatti stati dispensati dal servire la patria grazie alla benevolenza del pelato romagnolo. Tra questi gentiluomini, molti ex fascisti praticano il salto, tipico della loro classe, sul carro del vincitore: diventano filo-nordamericani e alla bisogna sedicenti antifascisti, tutto pur di mantenere un posto nel potere e nell’ambiente del sottogoverno: amministrazione delle carceri, ruoli di polizia, nella giustizia, fino al livello più infimo degli uffici comunali.
Così, una serie di lotte anticiparono la grande fiammata insurrezionale. Lotte, proteste, che erano il contrappunto a un quotidiano fatto di angherie e del disconoscimento dei più elementari bisogni. Lo scontro violento era il mezzo più persuasivo: ad esempio il problema del sussidio non pagato per chi aveva il marito al fronte, fu risolto dalle donne di popolo a Ragusa con un bel lancio di sassi sul municipio, ripetuto con efficacia per diversi giorni. Più le piaghe popolari e i contenziosi dilagavano e meno il malcontento era contenibile. Il modo antifascista in cui il nuovo governo aveva intenzione di affrontare la conflittualità sociale nella colonia siciliana, si esemplificò a Palermo il 19 ottobre del ‘44, quando l’esercito aprì il fuoco su una folla di lavoratori e disoccupati che chiedevano l’aumento dei salari, i primi, la diminuzione dei prezzi di farina e pane, tutti. In questa, passata alla storia come “strage del pane”, lo Stato lasciava a terra una trentina di morti e decine di feriti: è la prima strage di Stato dell’era post-fascista, chiara, alla luce del sole, che non turbò più di tanto lo statista Togliatti.
Non si parte! Non si parte!
È in questo contesto di miseria e privilegio costanti e di aspettative di cambiamento tradite che il governo invia per l’arruolamento 74.000 cartoline rosa per altrettanti siciliani, nati nel decennio 1914-1924. È un momento di grande complessità e confusione politica. Come accennato, del governo Bonomi, succeduto a Badoglio, facevano infatti parte anche i partiti di sinistra, PCI in testa che, con la svolta di Salerno suggerita a Togliatti da Stalin, aveva abbandonato ogni linea rivoluzionaria, contribuendo al consolidamento dello Stato, cioè alla repressione di qualsiasi movimento di incompatibilità con questa linea. Se questo contribuì a gettare nello spaesamento diversi elementi comunisti – molti di questi decisero poi di rompere per questo col partito – non impedì il montare della diserzione e della lotta.
Esiste una volontà diffusa di non partire, di non essere catapultati in una nuova guerra, di non essere comandati dai generali fascisti che avevano già gestito l’esercito nei primi tre anni di guerra, di non combattere nel nome di una monarchia che aveva trascinato il paese nella disavventura del fascismo e nella disgrazia della guerra. Non è certo l’efficienza del servizio postale militare ad impedire che il grande rifiuto si manifesti: sui 74. 000 richiamati, solo 14.000 si presentano. Il governo decide allora di attuare la linea dura, con i rastrellamenti casa per casa, rione per rione. È la goccia che fa traboccare il vaso: esplode la rivolta in 180 comuni isolani (su meno di 300). Le forme pacifiche di azione vengono quasi subito messe da parte: vengono assaltati i municipi e gli uffici di leva, spesso dati alle fiamme per bruciare anche i documenti del reclutamento, non si contano gli attacchi alle caserme per munirsi di armi, stessa sorte per i depositi di grano di Stato e per le case dei ricchi. In molti casi, quando Carabinieri e P.S. arrivano per reprimere e disperdere la folla, vengono accolti dai rivoltosi con bombe a mano e schioppettate.
Se rivolte, attacchi, proteste sono diffusi ovunque, in alcuni luoghi i moti prendono un piega insurrezionale e pre-rivoluzionaria. Nel fuoco della lotta, laddove le condizioni quantitative e qualitative – volontà e disponibilità dei compagni in primis – lo permettono, nascono diverse Repubbliche autonome contadine e rivoluzionarie: a Comiso, Naro, Palazzo Adriano, Piana degli Albanesi. Molti di questi luoghi sono gli stessi epicentri delle rivolte dei fasci siciliani, a segnare una caratteristica che unisce i contadini siciliani a quelli di ogni dove: il fiume dei sogni rivoluzionari ha memoria lunga, non teme di scorrere carsicamente per un periodo, non teme di risalire e riesplodere in superficie. Le durate di queste repubbliche sono variabili: si va da pochi giorni ai quasi tre mesi di quella di Piana degli Albanesi. Tre mesi sono abbastanza per assaporare il gusto di una vita riappropriata, costruita su principi comunisti e autogestionari. Troppi per lo Stato e le classi dominanti, anche loro purtroppo dotati di memoria: la strage di Portella della Ginestra, una continuazione di quella guerra con gli stessi strumenti, serve a debellare il virus di quel possibile per il futuro.
Il movimento quindi avanza e si radicalizza localmente, col limite di una scarsa capacità di coordinamento, ma si possono intravedere delle caratteristiche comuni, alcune delle quali si ripresenteranno anche nei successivi movimenti di occupazione delle terre.
- La solidarietà tra oppressi e la capacità di spezzare la retorica antifascista delle sinistre di governo. Molti elementi comunisti e libertari della rivolta, proponevano la costituzione di brigate di volontari per supportare la guerra partigiana rivoluzionaria del nord, contro l’intruppamento nelle milizie dell’esercito regio.
- Il protagonismo delle donne. Questo elemento sarà visibile pure nelle lotte per la terra e contro la repressione fino al ‘55. Per il Non si parte è eclatante il caso di Ragusa e di Maria Occhipinti, con cortei di donne proletarie che bloccano i convogli dei rastrellamenti e vanno in giro per la città a infondere coraggio, chiamando alla ribellione.
- La lunga memoria dei contadini delle rivoluzioni incompiute da Garibaldi in poi, con una dinamica incrementale della coscienza che si dimostra con il salto nell’uso dei mezzi violenti, nell’autogestione della lotta, nella diffidenza verso le dirigenze di sinistra e nella radicalità degli obiettivi pur in assenza di una chiara strategia rivoluzionaria (difficile nelle condizioni date). Tutto il contrario dell’accusa di immaturità della pubblicistica picista.
- Il farsi anarchico della lotta. Testimoniato da diversi elementi. Dall’abbandono, da parte di militanti importanti, del partito comunista. Esempi di spicco sono la stessa Occhipinti – che approderà finalmente all’anarchismo nella rivolta grazie all’incontro con Franco Leggio e compagne/i – e Petrotta, una figura autorevole tra i contadini che darà un contributo importante alla repubblica di Piana degli Albanesi, dopo aver fondato, fuoriuscito e in rotta col partito, un “comitato antimilitarista”.
Si può poi citare, anche, il divertente aneddoto che coinvolse il segretario regionale del PCI, Li Causi. Andato per convincere della bontà dell’arruolamento e dei sacrifici per la patria, fu caldamente invitato ad andarsene da un militante con questa ars oratoria: “attento compagno Li Causi perché abbiamo le tasche piene di bombe a mano, attento a quello che dici!”… tempi più lieti, in cui la minaccia non era esclusivo appannaggio della cultura mafiosa. - Le ragioni del rifiuto e quelle della lotta erano un tutt’uno. Il rifiuto di andare a combattere si saldava col sogno rivoluzionario della terra per i poveri. Anche se presente in poche intelligenze sovversive, si percepisce un intuito sulla potenzialità del momento: il modo migliore per difendere il rifiuto di ognuno alla guerra degli Stati è realizzare una guerra per i propri bisogni e sogni.
Chiaramente, non fu tutta una luna di miele. Ci furono casi, soprattutto nelle prime fasi, in cui elementi separatisti e pure fascisti provarono a sfruttare l’ondata ma, o si ritirarono quando il gioco cominciò a farsi duro, oppure furono smascherati e messi fuori gioco da compagni pienamente integrati nel tessuto umano e di classe della rivolta. La storiografia staliniana ha ingigantito questi fatti, reali ma residuali, per gettare nel discredito questo moto di poveri ingovernabili.
La pagina finale di questo generoso slancio insurrezionale antimilitarista fu scritta, come da tradizione, dall’esercito regio. Con campagne di assedio, si liquidò il movimento con decine di morti, centinaia di feriti. Poi arrivò il metallo freddo della Giustizia: dopo il 25 aprile 1945, si celebrarono, solo per il Meridione, 200.000 processi per diserzione.
Conclusioni
Sono lampanti tanto le analogie con le forme di lotta del movimento antimilitarista in Ucraina, quanto le differenze col contesto italiano odierno. Se le nostre parole d’ordine e le tensioni non sono diverse da quelle dei rivoluzionari di allora, c’è un abisso tra il movimento reale di allora e quello… si ha difficoltà a finire la frase. Il nemico in questi ottant’anni non ha certo dormito, alternando momenti di repressione al perfezionamento dello spettacolo tecnomercantile, è riuscito dove neanche il fascismo era riuscito: a sradicare dalle classi oppresse l’immaginazione di cosa altro fare della vita strappandola agli amministratori e devastatori dell’esistente, una vita che torni ad essere nostra. E cosa dire delle campagne, cioè delle geografie extra-metropolitane così utili ai fuggiaschi, veri e propri soggetti alleati delle diserzioni? Per lo più lasciate al sistema, qui si trovano tutt’al più sparute esperienze di resistenza agroecologica e poche progettualità di vita di compagni/e. Tuttavia, nonostante la loro attuale frammentarietà e debolezza, possono essere proprio questi i luoghi da immaginare come grembi, dove una vita maggiormente autonoma e meno controllabile faciliti la costruzione di resistenze, alleanze, “nuovi” modi di essere partigiani. Qualcosa già successa in epoca covid, la costruzione di mappe clandestine per evadere dalle città, può e deve essere attualizzata, nel dialogo all’interno dei collettivi di compagne/i, quindi rafforzata e dove possibile progettata. Non è detto sia lontano il giorno in cui la solidarietà coi disertori si misurerà con la solidità delle basi che siamo riusciti a costruire.
“Luoghi e momenti salienti”
tratto da Antonio Mangiafico, Pippo Gurrieri, Non si parte! Non si parte!, op.cit.
- S. Margherita Belice – Fiumefreddo- Canicattì – Favara – Leonforte – Polizzi Generosa – Catania: 14 dicembre ‘44 rivolta popolare.
- Castel di Judica – Ramacca – Paternò- Zafferana Etnea – Scordia – Vizzini- Ucria- Sciacca: distruzione caserma Carabinieri.
- Termini Imerese – Campofelice: lancio di una bomba sulla ferrovia contro convoglio che trasportava materiale militare; lancio di una bomba sulla casa del sindaco.
- Siracusa: manifestazioni e sommosse davanti al Municipio e al carcere. Ammutinamento e lancio di bombe a mano da parte dei richiamati. La corazzata Doria dal porto minaccia coi cannoni la città. Picchetti di marinai setacciano la città.
- Piazza Armerina – Palma di Montechiaro: assalto ai mulini, fuga dei carabinieri, grande abbuffata popolare di uva passa.
- Scicli: la folla assale la forza pubblica.
- Palazzo Adrano: 11 dicembre ‘44: assalto alla caserma dei carabinieri con fucili e bombe a mano. Incendio dell’esattoria comunale, bomba contro il comune, fucilate contro il circolo dei notabili, sequestro dei soci più ricchi compreso vice-sindaco PCI.
- Solarino: occupazione di una caserma dei carabinieri.
- Avola: assalto a un treno e distruzione di un ponte ferroviario.
- S. Croce Camerina: disarmo dei carabinieri e dirottamento delle armi ai rivoltosi di Vittoria.
- Ragusa: rivolte, assalti a caserme ed armerie private, assedio della prefettura, bomba a mano contro il neoquestore socialista, battaglia di “Beddio”.
- Vittoria: assalto alle caserme di Finanza, PS, Carabinieri. Assalto al carcere e liberazione dei detenuti. Liti tra rivoltosi fascisti e comunisti.
- Piana degli Albanesi – Palazzo Adrano- Comiso- Giarratana – Naro: rivolte, occupazioni fino alla proclamazione di libere repubbliche popolari.
“Maria Occhipinti”

Di questa donna e di questa compagna, tante cose potrebbero dirsi e nessuna riuscirebbe nell’intento di coprire una vitalità così accesa – ché, si sa, vitalità e mobilità di spirito sono un tutt’uno. Si potrebbe ricordare la passione, la generosità e il coraggio di quando, incinta, si buttò senza pensarci sotto il camion dei rastrellamenti carico dei coscritti – tra i quali non c’era il marito ma i mariti delle altre, fratelli di condizione – , costringendo gli ufficiali a rilasciare tutti e dando scintilla alla prateria del malcontento generale che aspettava di incendiarsi. O altri ammirevoli guizzi di vita, di dignità, di lotta. Eppure qualcosa rimarrebbe in ombra, qualcosa di meno (vistoso) e di più (importante) della grandiosità dell’Azione, per quanto sempre necessaria. Per me sta tutto in queste poche righe della sua autobiografia.
«Quando la prima macchina fu sotto il balcone, buttai i fiori gridando: “Viva gli Americani!”. Quella era la macchina del governatore, e lui mi fece scendere e mi disse tante parole in inglese che non capii, e faceva segno con la testa, si vedeva che era commosso e mi strinse la mano ed io seppi dire soltanto: “vogliamo la pace, abbasso la guerra”. Seguirono altre macchine. Alcuni soldati tedeschi piangevano e si nascondevano tra la folla. Ad uno diedi un vecchio paio di pantaloni e un giubbotto di mio marito, altre donne seguirono il mio esempio e i tedeschi travestiti si poterono allontanare confondendosi coi borghesi, mentre gli americani occupavano la città»
Si evince un’etica scattante, che sa riconoscere il cambio di campo tra vincitori e sconfitti e con questi ultimi solidarizza, anche se, fino all’attimo prima, erano ingranaggio della macchina che opprimeva ma che, in quanto sconfitti, ricadono subito nella condizione dell’essere soggetti all’arbitrio della violenza altrui. Un internazionalismo degli occhi materni.
bibliografia:
Omettiamo volentieri le poche pubblicazioni denigratorie. Si noterà che tutte le pubblicazioni che si possono trovare sono di matrice libertaria/anarchica, segno che la volontà degli apparati di potere era ed è quella di una rimozione totale.
- Maria Occhipinti, Una donna di Ragusa, Sicilia Punto L
- Giovanni La Terra, Le sommosse nel ragusano (dicembre ‘44-gennaio ‘45), Edizioni Sicilia Punto L
- AA.VV., Rivolte e memoria storica, Atti del convegno: «1945-1995: le sommosse contro il richiamo alle armi cinquant’anni dopo», Sicilia Punto L
