Per Alfredo, e per un noi che si allarghi


In primavera si terrà l’udienza che deciderà del rinnovo del regime di 41 bis per il compagno anarchico Alfredo Cospito. Quelle che seguono vogliono essere delle note riepilogative del percorso vertiginoso che ha reso possibile allo stato italiano, nel volgere di pochi anni, il movimento simultaneo dell’aprire e del rinchiudere. “Aprire” le porte del 41 bis per “rinchiuderci” dentro un anarchico, con la volontà di mettercene molti altri, significa agire su diversi piani: la ristrutturazione della catena burocratica della repressione e delle sue gerarchie interne non può, infatti, avvenire senza ricorrere – anche in questo caso – ad un enorme investimento di risorse simboliche, senza attingere a certe politiche del discorso e della presa morale. è interessante ripercorrere alcune tappe – appunto, pratiche e discorsive – perché ci sembra che quello che viene sperimentato sulla nostra pelle (due volte, come oppressi meridionali e come nemici di questo mondo) sia un “modello italiano” che entra a fare parte della panoplia di strumenti che l’internazionale della dominazione statale applica e replica, con i dovuti accorgimenti e modificazioni, in funzione delle specificità dei contesti locali. La cassetta degli attrezzi dei nostri nemici è tanto razzista quanto comsopolita: dentro convivono l’I.A. della guerra e del controllo sionista, testata sulla popolazione palestinese, e quell’industria dello spettacolo e del mito che si chiama “lotta alla Mafia”. Dal proibizionismo anni ’30 alle odierne vicende imperiali in Venezuela, sul piano internazionale, dalla lotta al brigantaggio e all’anarchia con la legge Pica, all’alba della storia nazionale italiana, la costruzione di icone e la colonizzazione dell’immaginario è sempre andata di pari passo con operazioni di guerra nuda e cruda: bombardamenti, stati d’assedio, deportazioni e 41-bis. A questo breve testo redazionale, segue un testo scritto da compxs cilenx che, nell’approfondire gli scenari di lì, conferma quello che potremmo chiamare “l’orizzonte internazionale delle risonanze repressive” e mette sul tavolo alcune suggestioni per un movimento internazionale di solidarietà anti-carceraria.

Senza alcuna pretesa di esaustività e senza alcuna posa da storici di professione, tratteggiamo alcuni recenti passaggi che ci appaiono cruciali nella ristrutturazione della meccanica repressiva – un apparato di apparati, in reciproco movimento – che sono serviti a traghettare lo stato dentro le fasi attuali della guerra totale. Nel 2015 viene aggiunta, governo Renzi in carica, la “A” di “antiterrorismo” alla già esistente DNA, acronimo di “direzione nazionale antimafia”; come è stato scritto “…Il fatto che da tempo la Direzione nazionale sia insieme “antimafia” e “antiterrorismo” non è solo un problema di centralizzazione amministrativa delle competenze, ma un amalgama simbolico che produce effetti reali. Il ritornello 41bis-mafia-anarchici dice questo: è ora di cominciare a spedire in 41 bis chi viene accusato di associazione sovversiva con finalità di terrorismo”.

Nel 2019, avviene lo spostamento di alcune compagne anarchiche nell’AS2 de L’Aquila, una sezione piccolissima di quel carcere, attigua fisicamente alla sezione 41bis femminile di cui subiva l’influenza in termini di restrizioni e corpo di guardia (con le secondine del GOM a sorvegliare le compagne). Un altro tassello e insieme un test che lo sciopero della fame lanciato da quelle compagne e raccolto da altri prigionieri anarchici e la mobilitazione in loro solidarietà all’esterno ha fatto saltare, con i conseguenti trasferimenti per loro e l’inutilizzo di quella sezione. Dal 2017 un contributo personale viene dato da un uomo, si fa per dire, del movimento 5 stelle: De Raho. Procuratore nazionale antimafia (figura al vertice della DNAA), si prodiga in suggestive dichiarazioni sia in Commissione antimafia che in occasione di conferenze stampa dopo gli arresti di anarchici e anarchiche, per suffragare la pericolosità di questi, la loro natura malvagia e infima simile a quella dei mafiosi, la necessità di costruire nuove sezioni 41bis. E con questa strada comoda costruita dalla sinistra che porcherie umane come Delmastro e Piantedosi possono arrivare a parlare, con lo stuolo di scribacchini di tutti i giornali a fargli eco, di “convergenza tra anarchici e mafiosi” nelle lotte contro il 41bis, mentre Cospito lottava nel terreno incerto che sta tra la vita e la morte. La costruzione del Mito non procede per ragionamenti ma per suggestioni, ha come sole voci accreditate quelle interne all’apparato, interessate a potenziarne la macchina di tortura; pone come premesse quelle che dovrebbero essere conclusioni. Repressione, sembra, non è solo civiltà, è anche abolizione del pensiero. Ma è comunque in siffatta ir-realtà che si continuano a produrre effetti di realtà: dopo due anni di governo militare della pandemia da parte di PD, M5S e militari della Nato, Alfredo Cospito viene spedito nel 41 bis dal ministro Cartabia. Vero e proprio feticcio della religione di Stato che è l’antimafia, coi suoi sacerdoti di destra e di sinistra, la difesa ad oltranza di questo istituto, costi quel che costi (si pensi all’arresto di Messina Denaro nella fase più avanzata del movimento contro 41bis ed ergastolo ostativo… quasi un deus ex machina), ci dice qualcosa. Rivela, ci sembra, la sua importanza come anello di congiunzione tra lo Stato come “cosa” (apparati, carceri, armi) e lo Stato come organizzazione di simboli, di storia, di uomini (da mobilitare, quindi da convincere). è nella continua monopolizzazione del passato che lo Stato si può muovere in più ardite conquiste del presente e del futuro.

Oggi la DNAA si trova anche al centro delle inchieste e delle incarcerazioni dei palestinesi residenti in Italia, con accuse e “prove” imbastite direttamente dal MOSSAD.
Si potrebbe dire che lo spazio in cui il Potere integra i suoi spettacoli è sempre quello della repressione delle lotte. Con una postilla che ci è data dal presente: oggi queste lotte devono affrontare la cancrena di un’organizzazione sociale che vorrebbe utilizzare le storie specifiche di espropriazioni e violenze coloniali come trampolino per uno spettacolo del terrore unificato per gli oppressi di tutto il globo. Per fortuna e per necessità, qui e là, gli umani che insorgono e resistono dimostrano un altro uso possibile del passato. è proprio in questo pendolo che possiamo giocare i contenuti sovversivi della nostra memoria, per liberare il passato e il futuro ad un altro divenire del mondo.


A mo’ di post scriptum, qualche granulo per un aggiornamento della teoria dello stato – sicuramente ci torneremo più avanti. Le vicende di Alfredo, quelle recentissime di Pombo da Silva, la lunga e feroce marcia per la cattura di latitanti che avevano partecipato alla guerriglia del ciclo ’70-80, dimostrano che lo stato non è soltanto una struttura, un meccanismo autonomizzato di potere. Innanzitutto perché il potere ha molte facce, diverse funzioni che lasciate a loro stesse rischiano di compromettere l’organismo – e, a veder bene, succede ogni giorno. No, lo stato ha anche personalità o, se aggrada di più, è summa in continuo concretamento di diversi soggettivismi. Ad esempio, nel farsi ferocia nella “caccia ai nemici”, benzina della macchina contro-rivoluzionaria, drena – cioè contemporaneamente fantasmizza e trasforma in modalità d’azione burocratica – un sentimento, la vendicatività, del gioielliere che spara al ladro, del carabiniere in battuta di caccia controllata il bandito. È sia il più freddo dei fantasmi – ma questi ultimi sono sempre esalazioni di desideri umani – che una macchina di messa a morte, cioè di produzione di altri fantasmi. Ci sembra che le letture sovversive che usano solo la lente “strutturalista” – di cui il lemma “meccanismo autonomizzato” è caposaldo – sia che si analizzi lo stato o il “capitale”, corrano il rischio di tributare un servigio involontario alle creature dei nostri nemici. Abbagliati dal prodigio dell’autonomizzazione rischiamo di non vedere le molte crepe e di dimenticare che la cosa “che si crepa” può anche crepare (nella storia). Attuale Dorian Gray, personalità che si disfa sotto il peso delle sue pulsioni irrealizzabili, lo stato cioè non solo “può cadere”, è già cadente – la sua crisi di capitale ideologico ne è solo un esempio. È per non morire che stritola sempre più vite, che si unifica nel terrore e nella guerra. Di fronte al presente, l’eterna questione per noi è questa: se lo stato rischia di essere nulla per le forze della vita, noi, i suoi nemici, possiamo essere se non tutto (meglio evitare di ereditare i suoi desideri cadaverici), almeno qualcosa. È quel qualcosa che ancora non siamo.


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