Quando lo stato è pronto a uccidere si fa chiamare patria, quando è pronto a torturare antimafia


Scritto per l’opuscolo Sbilancio: parole e immagini di una lotta ancora da finire contro 41 bis e l’ergastolo (primavera 2026) in avvicinamento all’udienza per il rinnovo del 41 bis per Alfredo Cospito

21–32 minuti

Fra poco la stampa, la televisione e tutti gli altoparlanti del potere cominceranno a tuonare, cercheranno di salvare la propria esplosione ideologica: dovranno separare noi e la nostra consapevolezza. Non sarà nessuno di noi a parlare da quegli altoparlanti, non saranno i «senza-potere»: saranno gli «altri», quelli che hanno la faccia anonima del potere. Ma solo noi possiamo stabilire un limite all’accumulazione fantastica della menzogna al potere. Non possiamo più tollerare di essere spettatori di ciò che ci vede vittime. [..]
Non possiamo più tollerare di delegare qualcuno a decidere per noi.
L’arma della critica torni a preparare la critica delle armi. Non noi, ma ciò che esiste indipendentemente da noi, il potere, il suo dominio economico sulla società e il suo dominio ideologico sulla gente, sceglie sempre la sua ultima difesa nella violenza. Per mantenere la Preistoria in cui ancora viviamo con sofferenza, per mantenerci nella pura sopravvivenza, per mantenere a se stesso gli oggetti che lo giustificano: noi.

da Chi piange sulla Cecoslovacchia?, agosto 1968

Mentre scrivo queste parole, Trump ha da poco ricevuto un’ovazione nel corso del suo discorso al parlamento israeliano, dopo aver detto che Netanyahu in quest’ultimo anno lo ha più volte chiamato al telefono per chiedergli armi, le più letali al mondo, alcune delle quali non aveva neppure mai sentito nominare: e che quelle armi (che anche l’Italia, patria di ‘Leonardo Finmeccanica’, si è guardata bene dal lesinare) “sono state usate bene”.

Gaza è stata rasa al suolo, le abitazioni ridotte a macerie, un olocausto di bambine e bambini è stato compiuto, i terreni agricoli sono stati distrutti, la pulizia etnica ha ottenuto una rinnovata cornice giuridica e continuerà a produrre profitti sotto forma di investimenti immobiliari: “sono state usate bene”. I “valori dell’occidente” sono salvi.
Se geograficamente sono posizionato in Sicilia, con il carico di stratificazioni emotive che questo comporta in me che scrivo con l’intenzione di provare a sbarrare il passo almeno di un palmo all’incedere della “macchina mitologica” dell’antimafia di stato (sentendomi come sconfitto in partenza – tranne nei momenti in cui grazie a una lotta si apre uno spiraglio, a volte una crepa, e i bagliori che filtrano accendono il desiderio di allargarla), il territorio della mia interiorità è segnato in questo momento da un sovrappiù di tensione: e vorrei che le mie parole risuonassero percorse dal fremito d’odio che mi attraversa dinanzi al ‘progresso della vigliaccheria e della venalità universali’, all’evidenza che ‘sono in vantaggio loro/sono tutti gli assassini ai loro posti’.

Dal momento che scrivere è uno dei modi per tentare di non soggiacere all’assillo dell’impotenza, vorrei darmi lo slancio con quel che disse A. M. Jacob davanti ai giudici l’otto marzo del 1905, che Alfredo Cospito da Bancali e Anna Beniamino da Rebibbia hanno fatto riecheggiare tre anni fa nel corso di un’udienza del loro processo – e a cui mi fa pensare anche l’indomito intreccio di resistenza armata e sumud che dalla Palestina aiuta le persone oppresse di tutte le latitudini a tenere alti cuore e testa.

Ma, state accorti, ogni cosa finisce.
Tutto ciò che è costruito dalla forza e dall’astuzia, l’astuzia e la forza possono demolirlo.
Chiusi nel vostro egoismo, restate scettici davanti a questa visione, non è vero?
Il popolo ha paura, voi dite. Noi lo governiamo con il terrore della repressione.
Se grida lo gettiamo in prigione, se brontola lo deportiamo, se si agita lo ghigliottiniamo.
Cattivo calcolo, signori, credetemi.
Le pene che infliggete non sono un rimedio contro gli atti della rivolta.
La repressione invece di essere un rimedio, un palliativo, non fa altro che aggravare il male.
Le misure coercitive non possono che seminare l’odio, la vendetta.
È un ciclo fatale.
Del resto, fin da quando avete cominciato a tagliare teste, a popolare le prigioni e i penitenziari, avete forse impedito all’odio di manifestarsi?
Rispondete!
I fatti dimostrano la vostra impotenza.
Per quanto mi riguarda sapevo esattamente che la mia condotta non poteva avere altra conclusione che il penitenziario o la ghigliottina, eppure, come vedete, non è questo che mi ha impedito di agire».

In realtà queste parole mi richiamano alla memoria anche le lotte contadine e degli zolfatari meridionali, le occupazioni delle terre per non dover più chinare la testa dinanzi allo sfruttamento imposto quotidianamente dagli agrari proprietari di latifondi – protetto a tenaglia dal piombo degli sbirri e dalla lupara della mafia, più riunificati che mai nel corso del ventennio fascista (durante il quale, se col prefetto Mori vennero repressi mandandoli al confino un po’ di mafiosi, contemporaneamente ne vennero integrati gran parte nel meccanismo del funzionamento statale e dell’organizzazione corporativistica del lavoro).

Le lotte di chi, all’alba dell’unità d’Italia, “voleva liberarsi dalla più dura tirannide, la miseria; ed impaziente aspettava che fosse tolta la tassa del macinato, fatta la divisione del demanio comunale”, e per essersi battuto in quella direzione è stato represso nel sangue – come racconta l’eccidio di Bronte – dai soldati agli ordini di Nino Bixio.
Le lotte contro il cui divampare il governo Crispi dichiarò nel 1894 lo stato d’assedio – spedendo in Sicilia 40.000 militari, due anni prima di inviare l’esercito regio a invadere il corno d’Africa, fortunatamente sconfitto dalla resistenza etiope (sulla quale ebbero però la meglio un ventennio più tardi gli spietati bombardamenti fascisti).

Le lotte nel corso delle quali sono rimasti sul selciato i corpi senza vita di molti e molte che provarono nelle più svariate maniere a ribellarsi: di nuovo uccisi ogni volta che il corteo dei vincitori, con i pennacchi e con le armi, prova e riesce a cancellare le loro tracce, le loro orme, dalla carne viva della nostra memoria e dalle intuizioni sovversive che potrebbero suggerirci.

Le lotte contro le quali la repubblica italiana inaugurò la sua stagione stragista, ben prima di piazza Fontana, a Portella della Ginestra.

Le lotte i cui caduti sono sangue del nostro sangue e nervi dei nostri nervi.

Un parallelismo tra gli strumenti e l’ordine del discorso cui fanno ricorso, da secoli, le classi dirigenti può tornare utile ad accorgersene: che siano sottoposti allo statuto albertino, al codice Rocco o alla “costituzione più bella del mondo”, per i subalterni cambiare la propria condizione in meglio ha sempre voluto dire auto-organizzarsi e battersi con determinazione – ché nessuna concessione è stata mai elargita dall’alto, se non sotto la spinta di una pressione incontenibile.

Nel 1863, per tentare di stroncare sul nascere ogni recalcitranza all’ordine istituito (ma non stabilizzato) con la forza delle cannonate sul fronte delle colonie interne, era stata emanata la legge Pica, che dava il via libera a fucilazioni, carcere e lavori forzati a vita “contro il brigantaggio e il camorrismo”, con uniche attenuanti per chi avesse collaborato con la giustizia. Presentata come un “mezzo eccezionale e temporaneo di difesa dello Stato”, fa pensare per analogia a quel che venne detto dai suoi estensori agli albori del 41 bis, laddove qualche ingenuo costituzionalista, apparentemente ignaro di come “il diritto” conti “fino a un certo punto”, ebbe qualcosa da eccepire circa l’introduzione nel ‘nostro’ (ma di chi?) ordinamento giuridico di modalità detentive esplicitamente volte all’annientamento psicofisico dei detenuti e delle detenute.

Su questo, occorre dire parole chiare: è la logica della disumanizzazione, e della tortura che ne consegue ammantandosi di legittimità, che va rifiutata alla radice – sgomberando il campo con nettezza da una possibile distorsione interpretativa, e cioè che possa considerarsi ammissibile per un mafioso, o per un terrorista islamico, ciò che invece un anarchico, o una brigatista, non meritano.

Quando si parla di 41 bis, o di ergastolo ostativo, non è quello il punto: a fare da bussola etica, personalmente mi accompagnano le parole di Malatesta su quanto sia preferibile venire sconfitti piuttosto che vincere erigendo la forca. E credo sia doveroso, mentre si puntellano i cardini di una ricostruzione storica che possa aiutarci a comprendere come siamo arrivati dove ci troviamo adesso (con l’intento di mettere in discussione la narrazione dominante), diffidare delle categorie riduzioniste con cui i detentori dei mezzi di produzione e dei codici di riproduzione delle forme di coscienza provano a imbrigliare la complessità dei fenomeni sociali e quella dei vissuti individuali, occultando e naturalizzando alcune forme di oppressione e mostrandosi febbrilmente impegnati a combatterne altre.

Come ha scritto un compagno, “è il colonialista a definire chi è l’indigeno; è l’inquisitore a stabilire chi è la strega; è il suprematista bianco a stabilire chi è il negro; è l’antisemita a definire chi è l’ebreo; è il sionista a stabilire chi è l’antisemita; è l’anticomunismo a stabilire chi è il comunista; è l’antiterrorismo a stabilire chi è il terrorista. Interrogarsi sulla sostanza sociale, politica o ontologica di queste categorie di reietti è non solo fuorviante, ma comporta uno scivolamento sul terreno del potere accusatore, della sua propaganda e della sua guerra psicologica.”

A quella guerra psicologica che vorrebbe inchiodarci ad una condizione di inesorabile soggezione verso l’odierno assetto dei rapporti sociali, occorre rispondere colpo su colpo con una guerriglia capace di attingere al deposito inesauribile delle rivolte passate, al coraggio che potrebbero riuscire a trasfondere nel nostro sguardo rivolto al presente e al domani.

E, malgrado possa sembrare uno sforzo inane, le menzogne che piovono dall’alto devono essere per quanto possibile rintuzzate, dal momento che non smettono di produrre incessantemente effetti di realtà: “È impossibile sbarazzarsi di un mondo senza sbarazzarsi del linguaggio che lo nasconde e lo garantisce, senza mettere a nudo la sua verità. Come il potere è la menzogna permanente e la ‘verità sociale’, il linguaggio ne è la garanzia permanente.”

Vediamo dunque di squarciare almeno qualche brandello del velo che impedisce a quasi tutti, con l’eccezione che sappiamo, di accorgersi e dire che il re è nudo.

Vorrei a questo punto ricorrere a una lunga citazione di uno scritto di Leonardo Sciascia risalente al 1957, che considero estremamente equilibrata e significativa (per ragioni che risulteranno decodificabili intuitivamente, specie tenendo in considerazione la matrice culturale da cui proviene quel punto di vista – pressoché scomparso dall’orizzonte).

Nell’estate del 1956, quando Palermo sembrava diventata la Chicago dei tempi del proibizionismo, (…) l’onorevole Giuseppe Alessi, allora presidente della Regione, concedeva al quotidiano milanese Il Giorno un’intervista di allarmante candore. (…), appariva chiara l’intenzione di minimizzare il fenomeno. In sostanza l’Alessi diceva: va bene, in Sicilia ci sono dei poveri uomini, di cattiva natura se si vuole, che si mettono al ‘passo’ per derubare il viandante del portafogli: questa è la mafia del sud; ma guardate alla mafia del nord, ai grossi industriali confederati, ai giuochi di borsa, all’aggiotaggio. Quella della mafia del nord è una vecchia tesi dell’autonomista Giuseppe Alessi: e non priva di fondamento, bisogna riconoscerlo. (…) Come l’Alessi, sono molti i siciliani che in buona fede riducono la mafia a sporadici fatti delinquenziali e ritengono sia un’offesa alla Sicilia l’ammettere l’esistenza di un’associazione per delinquere con vasto raggio d’azione e con precisi addentellati nella vita pubblica. Sono sicuro, per esempio, che l’Alessi, vivendo tra Caltanissetta e Palermo e con la sua notevole esperienza di avvocato penalista, non ignora le vere proporzioni del fenomeno, né le collusioni ormai universalmente riconosciute tra mafia e classe dirigente (negli Stati Uniti molto meglio conosciute che da noi): ma trovandosi di fronte a un giornalista ‘continentale’ non ha potuto fare a meno di minimizzare e di lanciarsi in una piccola requisitoria, peraltro non ingiustificata, contro la mafia del nord. Così Giuseppe Longo, siciliano, ha scritto recentemente un lungo articolo sul suo in cui, con innegabile abilità, si impunta a scoprire le contraddizioni e le ingenuità in cui cadono l’americano Ed Reid e l’italiano Renato Candida nei due libri recentemente pubblicati (rispettivamente: La mafia, e Questa mafia).
E non che contraddizioni e ingenuità non ci siano, nei due saggi: ma non par giusto concludere che, in fondo, a lettura finita, sulla mafia non conosciamo niente di nuovo e che il fenomeno resti come una fluida inafferrabile cosa: una atmosfera.
E sarà magari, come vuole il Longo, un’atmosfera: ma il fatto è che si tratta di un’atmosfera che spara e che, per di più, spara in determinate direzioni. è un’atmosfera che predilige scaricarsi, sotto forma di raffiche di mitra, in direzione dei sindacalisti. Dimmi contro chi spari, e ti dirò chi sei: almeno questo possiamo dirlo; e dunque il fenomeno non è poi così sfuggente e indefinibile come a prima vista appare. (..)
Da fenomeno rurale, quale era originariamente in Sicilia, la mafia è diventata in America espressione deteriore del capitalismo industriale. Sostanzialmente, resta fedele alla classe padronale: in Sicilia difendendo il feudo dalla fame di terra dei contadini, in America sovraintendendo a forme sanguinose di crumiraggio; ma bisogna considerare un’infinità di scarti e di eccezioni (per esempio, a Bagheria in provincia di Palermo, la mafia ha agito da ente di riforma: grazie alla paura che ha saputo incutere nei proprietari latifondisti, ha creato la piccola proprietà).
Tuttavia, nonostante gli scarti e le eccezioni, credo che la più attendibile definizione della mafia sia questa: una associazione per delinquere, con fini di illecito arricchimento per i propri associati, e che si pone come elemento di mediazione tra la proprietà e il lavoro; mediazione, si capisce, parassitaria e imposta con mezzi di violenza. Ora è chiaro che, nell’avanzare delle forze del lavoro, tale mediazione si realizza a beneficio delle forze padronali, costrette a posizioni di difesa: i lavoratori insomma non chiedono la mediazione della mafia, si limitano ad accettarla, come in America; o a subirla, come in Sicilia. (…) il fatto è che in Sicilia la mafia è una forza: indubbiamente in conati di sopravvivenza, a meno che non riesca a portare a completamento e a perfezione la trasformazione che pare sia in atto. Se dal latifondo riuscirà a migrare e a consolidarsi nella città, se riuscirà ad accagliarsi intorno alla burocrazia regionale, se riuscirà ad infiltrarsi nel processo d’industrializzazione dell’isola, ci sarà ancora da parlare, e per molti anni, di questo enorme problema.

Dopodiché, per un altro ventennio abbondante concluso simbolicamente dall’omicidio di Peppino Impastato, a scontrarsi con una mafia nel frattempo diventata ricchissima grazie ai varii sacchi edilizi e soprattutto all’iper-valorizzazione consentita da una merce proibita come l’eroina, sono stati di nuovo, sfidando difficoltà e isolamento, i compagni e le compagne – nonostante vada riconosciuto qualche lieve smottamento prospettico da parte di un settore delle istituzioni dopo l’ingresso nella “stanza dei bottoni” del partito socialista, in qualche caso vere e proprie “schegge impazzite” (si veda il caso di Gherardo Colombo, che trovò l’elenco della P2 – nel quale, insieme ai vertici delle forze armate, spicca il nome di Dalla Chiesa: il massacratore di via Fracchia, odierna icona dell’antimafia statale – e che oggi si dice contrario non solo al 41 bis ma all’esistenza stessa del carcere).

Sulla targa affissa dai suoi compagni, di Peppino Impastato si dice: “ucciso dalla mafia democristiana”. Lui, da vivo, scriveva sui muri che “la talpa scava.. ma il p.c.i. insabbia” – perché il comune di Cinisi fu uno dei primi in Italia nel quale venne sperimentato il “compromesso storico” voluto da Berlinguer, e il sindaco amico dei mafiosi era attaccato solo da chi a quella pace sociale (a quella pax mafiosa) non voleva sottostare.

All’indomani della sua morte, inizialmente attribuita a un attentato dinamitardo rivelatosi tragicamente suicida, il generale Subranni – che in seguito sarà tra i principali fondatori del ROS – escluse la “pista mafiosa”; e l’unità, organo del partito comunista, accreditò la versione ufficiale, avversata solo dai suoi compagni e da uno sparuto drappello di Democrazia Proletaria’.

anche per queste ragioni che mi sento di condividere le riflessioni maturate sul finire degli anni 80 da Guy Debord:

«Il proibizionismo americano — grande esempio delle pretese degli Stati del secolo al controllo autoritario di tutto, e dei risultati che ne derivano — ha lasciato per più di un decennio al crimine organizzato la gestione del commercio dell’alcol. La mafia, così arricchita e addestrata, si è collegata alla politica elettorale, agli affari, allo sviluppo del mercato dei sicari professionisti, a certi aspetti della politica internazionale. Così durante la seconda guerra mondiale fu invitata dal governo di Washington a collaborare all’invasione della Sicilia. L’alcol, tornato ad essere legale, è stato sostituito dagli stupefacenti, che hanno costituito da allora la merce principale dei consumi illegali. La mafia ha poi assunto una notevole importanza nel settore immobiliare, nelle banche, nella grande politica e nei grandi affari dello Stato, e in seguito nelle industrie dello spettacolo: televisione, cinema, editoria. (…) Ci si sbaglia ogni volta che si vuole spiegare qualcosa opponendo la mafia allo Stato: essi non sono mai in rivalità. La teoria verifica con facilità ciò che tutte le dicerie della vita pratica avevano dimostrato troppo facilmente.
La mafia non è un’estranea in questo mondo: ci si trova perfettamente a suo
agio. Nell’epoca dello spettacolare integrato, essa appare di fatto come il modello di tutte le imprese commerciali avanzate».

In tal senso Riccardo D’Este ha parlato di “simbiosi mutualistica” tra stato mercato e mafia – dal momento che è innegabile una certa affinità di “know how” e metodi organizzativi (gerarchici, ciò che certo non può essere detto dell’universo e della cosmovisione anarchici), nonché una certa innegabile spietatezza nel praticare e ribadire il proprio monopolio della violenza. Di fronte alle rivolte individuali o collettive, infatti, lo stato -proprio come la mafia coi riottosi al suo ‘governo’, proprio come la Benetton coi mapuche- non esita a servirsi della pena di morte (basti pensare alla rivolta di cinque anni fa nel carcere di Modena). Sciogliere un bambino nell’acido è orribile: e lo stesso vale per i bombardamenti al fosforo bianco su Falluja, per i proiettili all’uranio impoverito, per le mine anti-uomo confezionate per sembrare giocattoli, per aver costretto dei bambini di Gaza ad augurarsi di morire interi e non a brandelli – ed invece in un caso si dice che il 41 bis non si tocca perché certi crimini devono essere stroncati risolutamente, e nell’altro si dispensano medaglie e si esulta per i dividendi in crescita grazie ai profitti delle aziende che producono armi. I padroni del nord, che assoldano mazzieri e crumiri per non disturbare sempre la celere quando c’è da sgomberare un picchetto di proletari* in lotta, s’intenderebbero al volo col proprietario terriero del sud che non disdegnava i servigi dei campieri di ‘cosa nostra’; e lo stesso col suo erede che oggi vigila affinché i braccianti neri sfruttati nelle campagne non si auto-organizzino – e laddove succeda, prima che riescano a far sentire la propria voce, far echeggiare con parole ed opere la fine fatta da Soumalia Sacko. (Eppure tocca riconoscere che la paura non è l’unico effetto che ottengono. Succede pure che qualcun* scopra ogni giorno, nonostante tutto, che fuori e contro queste imprese, scioperando la loro disciplina forzata, disertando, sabotandole, comincia la vita.)

Gli esempi delle simmetrie cui accennavo rapidamente potrebbero continuare all’infinito: dai pestaggi nelle questure e nei carceri a quelli a chi non paga il pizzo, stato e mafia si guardano negli occhi ed è come se si guardassero allo specchio.

Non c’è attrito per quanto grande e traumatico, nella gestione di fette diverse del medesimo potere, che impedisca un costante riconoscimento reciproco.

Salvassi un grammo della loro logica, mi augurerei che venissero torturati col 41 bis tutti i carabinieri i poliziotti gli uomini dei servizi segreti i magistrati iscritti alla p2 e trovatisi nei paraggi delle stragi, ad organizzarle a volte, a depistarne le indagini sempre.

Ma a me la logica della punizione e dell’afflittività, le mura e l’idea della galera, le torture e chi le ‘amministra’, mi fanno schifo sempre e comunque, verso chiunque.
Quelle passioni tristi non mi avranno mai.

Se cerco ciò che risuona in me come orientamento etico, di fronte a un tornante storico come quello che abbraccia tanto gli ultimi quarant’anni quanto gli ultimi quattro secoli, riesco a pensare solo alla rivolta individuale e all’insurrezione collettive, armate di amore di odio e di senso dell’urgenza – e a nient’altro.

Ben prima delle recenti esplicite ammissioni del ministro Tajani su quanto contino i rapporti di forza nel capire chi ha diritto di fare cosa, il ministro Nordio aveva difeso il decreto anti-rave del suo collega Piantedosi con queste parole: “La forza senza la giustizia è selvaggia e brutale, ma la giustizia senza la forza è una vuota e impotente astrazione”.
È la frase di un nemico, ma è una frase illuminante: rappresenta infatti l’implicita ammissione che senza una rumorosa mobilitazione, senza un vero conflitto, senza scontri, assemblee in aule occupate, azioni, molotov e ancora scontri, la solidarietà esprimibile verso la lotta condotta da Alfredo Cospito sarebbe stata vuota, astratta, impotente.

Per scongiurare il rischio concreto che non lo fosse, per impedire che insorgesse si rafforzasse e dilagasse il desiderio di una vita diversa e la disponibilità a battersi per realizzarla e difenderla, i professionisti della ‘onorata società’ hanno sentito durante il suo strenuo sciopero della fame di dover correre ai ripari, perché si era aperta una breccia: per questo politici e giornalisti straparlavano di ricatti a cui lo stato non poteva cedere e di trattative a cui non poteva prestarsi, per questo hanno introdotto misure come il ddl sicurezza.


La posta in gioco, per loro, è vietare che si possa manifestare (nel senso di esprimere) qualsivoglia dissenso senza prima aver introiettato quella attitudine alle ‘vuote e impotenti astrazioni’ di cui parlava il ministro; per me, è capire cosa ne è della mia esistenza ogni volta che piego la testa di fronte a questo assoggettamento. Capire, per meglio combatterle, per mai schernire e mai credere immutabili quelle altrui, quali paure mi impediscano di tenerla alta come e quanto vorrei: e una volta condotta questa ricognizione, allargare lo sguardo, cercare il coraggio per guardare quello che c’è stato insegnato a non vedere, per dire quello che non si può più tacere.

Occorre riconoscere che in Sicilia il 41 bis è stato tabù per troppo tempo – con l’eccezione di qualche assolo capace di sputare sin da subito in faccia al coro istituzional-mediatico, e poi, insieme agli sforzi preziosi di chi ha fatto circolare dei testi tanto lucidi quanto coraggiosi, più intensa rumorosa e collettiva nel corso della mobilitazione in solidarietà alla lotta di Alfredo. Così come è stata tabù, pronta ad essere squalificata come para-mafiosa, ogni forma di conflittualità pronta ad infrangere gli odiosi argini della legge. Da Crocetta a Leoluca Orlando ai vertici del Dap, i paladini dell’antimafia ‘di sinistra’ non hanno perso occasione -ben prima di Donzelli e Delmastro- per parlare di alleanza tra crimine organizzato e anarchici: valeva per l’invasione della base Nato a Niscemi, così come per le rivolte carcerarie o per gli espropri proletari durante il lockdown.

A volte persino più insidiosi di loro, a intorbidire l’acqua in cui nuotiamo e lo sguardo che ne deriva fintantoché non ce ne si tira fuori, sono da considerarsi quegli ‘imprenditori morali’ che si auto-valorizzano raccontando la favola di uno stato buono (le cui radici sarebbero irrorate dal sangue di Falcone e Borsellino, in nome dei quali ergastolo ostativo e ‘carcere duro’ dovranno durare nei secoli dei secoli) contrapposto a uno stato ‘deviato’ (che ha trattato con i vertici della mafia, ha sottratto l’agenda rossa di Borsellino, eccetera eccetera).

Questa visione è tanto riduttivamente manichea, quanto falsa: non esiste “la trattativa” nei termini in cui insistono a raccontarla Travaglio e una serie di giudici della procura di Palermo.

O meglio: la loro ricostruzione si limita a isolare -ingigantendoli- alcuni passaggi di una lunga articolata storia di legami, intrecci, attriti, “avvertimenti”, repressioni e nuove ricomposizioni.

Quel processo ebbe la sua genesi in un eccesso di sincerità del generale Mori, capo del Ros, che a Firenze testimoniando in tribunale sulla stagione 92-93 confessò candidamente di aver incontrato Ciancimino e avergli detto, dopo Capaci e il trauma che ne era conseguito: «ma come è possibile che siamo arrivati a questo muro contro muro, non si può parlare con queste persone?» È possibilissimo che Borsellino abbia avuto sentore delle discussioni che ne seguirono, e che sia stato tolto di mezzo di comune accordo affinché non compromettesse i possibili sviluppi. (Si spiegherebbe così sia la tempestività nel trafugare l’agenda rossa che quella nel fabbricare le false deposizioni di Scarantino, il quale venne forzato a fare decine di nomi di persone che dopo aver attraversato l’inferno di Pianosa ed essere state torturate per un decennio sono state riconosciute del tutto estranee a quelle vicende.)

Ciò non toglie che in quella stagione vennero comminati contro l’ala militare della mafia centinaia di ergastoli e di condanne al 41 bis: perché quando si tratta di monopolio della violenza, lo stato -il più freddo dei gelidi mostri- può ben accettare dei complici occulti; ma non degli espliciti rivali. (E ‘cosa nostra’, dopo l’ultimo estremo avvertimento dato con l’omicidio di Lima, aveva alzato il tiro nella direzione più temuta proprio da chi -avendo prosperato politicamente grazie ai legami intessuti con la mafia- sapeva di trovarsi ora nel mirino di una ‘comprensibile’ rappresaglia.)

Quando Di Matteo dice che ci sono uomini di sessant’anni, condannati dai primi anni ’90, che non si rassegnano alla prospettiva di morire in carcere e useranno la lotta di Cospito per provare a uscire anch’essi dal 41 bis, rivela bene quale sia la logica degli apparati statali. Per parte mia, penso che infierire su degli uomini sconfitti, appartenenti ad una organizzazione i cui connotati fondamentali sono oggi diversi (al punto che è tutta da dimostrare una qualsivoglia continuità tra la ‘cosa nostra’ di ieri e quella di oggi), può essere una soluzione, una cura, solo per chi ha tutto da perdere dalla messa in discussione radicale di un mondo che necessita di carceri, boia salariati e torture.

Ma in quel bunker ideologico a cui è stata ridotta l’antimafia negli ultimi quarant’anni -da quando è diventata ‘di Stato’, da quando le si è sovrapposta la nozione letale di legalità- si sono intraviste delle feritoie che vanno allargate con tutta l’intelligenza e la determinazione possibili.

Il tifo passivo e passivizzante che è stato indotto dall’alto in questi ultimi decenni si dovrà spaccare tra chi vorrà prendere in mano lottando la propria vita – revocando agli spacciatori di false speranze ogni delega – e chi seguiterà a schierarsi dalla parte dei tiranni che postulano e giustificano la repressione brutale di fenomeni storici e fatti sociali che non comprendono o fanno finta di non comprendere.
Un’ultima considerazione sulla nozione di “ricatto”.

  • «Il 16 luglio 2009 Sami Mbarka Ben Gargi, detenuto nel carcere di Pavia per reati di droga e violenza sessuale, cominciò lo sciopero della fame. Il 31 agosto venne trasferito in ospedale per un trattamento sanitario obbligatorio che fu però considerato non necessario, perché Ben Gargi venne ritenuto lucido. Il 2 settembre venne riportato in ospedale, e le sue funzioni vitali furono sostenute attraverso la flebo. Il giorno dopo però Sami Mbarka Ben Gargi, che aveva perso 21 chili, morì».
  • «Nel 2012 un detenuto di origine bulgara, Cristian Pop, accusato di reati contro il patrimonio e la persona e condannato a 18 anni di carcere, iniziò uno sciopero della fame dichiarandosi innocente. Fu ricoverato quando era già in condizioni critiche e morì qualche giorno dopo».
  • «Nel 2018 morì a Cosenza Gabriele Milito, 75 anni, dopo un lungo sciopero della fame. Nel 2020 è morto, dopo 60 giorni di sciopero della fame, Carmelo Caminiti, detenuto a Messina. Era in attesa di giudizio e aveva ottenuto gli arresti domiciliari per varie patologie, tra cui il diabete. Quando i domiciliari gli erano stati revocati in seguito a una nuova ordinanza di custodia cautelare in carcere, aveva iniziato la sua protesta».

Chiunque non sia accecato dalla propria malafede, o dalla comodità del proprio sapere situato ben lontano dall’epicentro della ferocia di stato, può vedere quanto il governo mentisse sapendo di mentire quando diceva di non voler cedere ai “ricatti” degli anarchici violenti.

Ricatto (tocca chiarirlo perché la manipolazione delle parole si riflette odiosamente sulla materialità della vita) è dire “o ti penti e fai i nomi dei tuoi vecchi complici, oppure rassegnati all’ergastolo ostativo.”

Ricatto è dire: “o abiura o tortura, fino a morire di pena.”

Quella che si esprime scendendo in strada con furore e rabbia si chiama solidarietà cosciente, desiderio di non lasciare solo un compagno.

Che può essere isolato fisicamente: ma mai mai mai potrà essere impedito all’esemplarita’ del suo coraggio di ‘parlare’, e a ciò che di più vivo e ardente c’è nel nostro cuore di ‘ascoltare’.

Alfredo Cospito ha fatto del suo corpo un grimaldello capace di forzare almeno un poco la legittimità della tortura di stato: la sua battaglia si è rivolta contro il 41 bis per tutti e tutte.

Un obiettivo giustissimo ma del tutto irraggiungibile con la mediazione politica: il sottosegretario alla giustizia in un’intervista su la Repubblica disse che le azioni in tutta Italia e in tutta Europa dimostravano la necessità del carcere duro per questo anarchico capace di ispirarle. Non c’era da scomodare la logica, chiedendosi (o peggio chiedendolo al governo), “ma come? Se è in isolamento totale da 8 mesi proprio per impedire che ispiri altre persone, com’è che continua a farlo?”

Non c’è neppure da spiegare che un determinato modo di insorgere da soli o insieme fa parte del bagaglio (tanto storico, teorico, quanto esistenziale, pratico) degli anarchici e delle anarchiche da secoli.

C’è da non scoraggiarsi, e per quanto difficile possa essere, provare ancora e ancora, cercando di fallire sempre meglio.

A oltranza: con tutta l’intensità e la radicalità cui si riesca istante per istante ad attingere.

Un “corpo” è sempre rivoluzionario;
perché rappresenta l’incodificabile
è in esso che viviamo le situazioni codificate – vecchie o nuove – rendendoli instabili e scandalose.
Se poi il “corpo” vive “una vita indegna di essere vissuta” (un negro, un sardo, uno zingaro, un ebreo, un invertito, un miserabile) è anche manifestamente rivoluzionario
(mentre tale funzione non é manifesta nel “corpo” di un commendatore, di un ministro, ecc.)
Un povero, un infelice sono sempre, di per sé, eroici sia che si rassegnino sia che si ribellino – e sia anche che compiano azioni delittuose – che sono sempre senza alternativa reale.
La mafia per esempio, è esecrabile nel momento in cui il suo vertice si confonde con il potere centrale: ma la dov’è decentrata, e in basso, non mi sembra affatto cosi esecrabile.
Un “picciotto” fa una cattiva scelta, va bene, ma qual è l’alternativa a tale scelta? Essere buon cittadino di che paese?»


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