Voci dalle mobilitazioni per la Palestina (Palermo, ottobre 2025)
Se devo pensare ad un’immagine immediatamente esprimibile è questa. Non mi riferisco alla rottura di quel filo narrativo che secondo le vulgate post-moderniste costituisce l’unica possibilità di (in)azione umana in un mondo che è quello della nostra assenza. No, semmai il contrario, le giornate vissute – come quelle delle piazze in solidarietà alla Palestina e alla flottilla – ci dimostrano, ma solo dopo, che per vivere bisogna rompere: con la trama dei gesti consueti, con le paure che ci chiamano per nome, con gli esoscheletri nei nostri corpi/armadi. Per me è cominciata tardi, il pomeriggio del due ottobre ed è finita presto, la sera del 3 ottobre, ma ha ragione quel qualcuno che dice che le esperienze non si misurano ad ore e minuti, che un diverso tempo le abita, un tempo dei corpi riaccesi alle passioni. Corpi, appunto, che nell’irrompere nel tempo omogeneo e vuoto della produzione e del non-senso, ne distruggono l’illusoria onnipotenza, dimostrando che si può varcare – insieme – “la soglia in cui lo stato viene meno, in cui sorgivamente sbuca il possibile”. Tutto questo è successo, e in poco tempo, e anche se al momento sembra rientrato questo esubero – ma lo è davvero? Da Udine, ad Alba, a Firenze, centinaia di persone continuano a fare del proprio corpo fiamma – ne rimarrà traccia in noi e nei moltissimi anonimi che senza darsi troppo da pensare hanno violato le leggi più e più volte, tra queste la più profonda e che tutte le regge: “sorridere solo di fronte agli incanti della merce”.
Traccia nella memoria, eppure nessuno sano di mente potrà dire quanto tempo avremo a disposizione prima che un assassino in doppiopetto dichiari per tutti una nuova guerra mondiale. Quindi, come è stato detto, “uno spazio per l’immaginazione si è dischiuso” e occorre adoperarsi per mantenerne aperta la soglia. Se, infatti, i movimenti reali sono messi a morte (anche) dalla presenza degli aspiranti capetti i cui cervelli sono infarciti di immaginari Palazzi d’Inferno da conquistare – dimostrando un’internità tanto sul piano pratico quanto su quello etico-filosofico al clan dei gestori dell’inferno– una intelligenza di tutt’altro segno dovremmo coltivare noi.
Il deja-vù e l’imprevisto
Una prima dialettica che, nella mia percezione, ha caratterizzato le piazze palermitane è tra la notte e il giorno: nel corteo serale del blocco del porto (ma simili racconti arrivavano da quello della sera precedente), una certa selvaggezza, l’istinto al fanculo verso i guardiani della normalità (le facce note e quelle in uniforme), l’eccitamento del “si può fare” si intrecciavano e coloravano le facce dei più, mentre un discreto gruppo di giovanissimi tutti bardati si aggirava già dalla partenza in centro senza subire né sguardi né frasi di disapprovazione – ma c’è da chiedersi che reazioni ci sarebbero state se quel camuffamento fosse stato usato per delle azioni “laterali al corteo”, spezzando quello spirito aleggiante in cui unità e unanimità delle pratiche coincidevano. La giornata del 3 ottobre ha cominciato a presentarsi in una veste più rituale già dalla scelta del concentramento – il piazzale di fronte la stazione, storico luogo di concentramento delle sfilate confederali di inizi duemila; e poi lo scongelamento delle bandiere rosse dei mille partiti comunisti, gli studenti dei licei intruppati dai reggi-megafoni, come in un film di Muccino. La vista della testa del corteo già incolonnata nell’imbocco di via Roma faceva presagire il peggio: la sfilata solita per le vie del centro, con metà del percorso innocuamente instradato in area pedonale. L’incipit prometteva l’intenzione di un “ritorno alla normalità” da parte degli organizzatori, Cgil e Usb, facendoci sentire la responsabilità e la voglia di uno “strappo” col solito copione e, a qualcuno/a più che a qualcun’altro/a, l’inadeguatezza di quel nostro stare rispetto a quell’obiettivo: nessun volantino, nessuno striscione, nessun confronto preliminare tra compas (ma con un megafono).
Durante le prime ore, quello che si respira è ambivalente, c’è uno scontro tra quello che si sente, la voglia nei corpi di tracimare come nelle sere precedenti, e le strutture semantiche da cittadinismo di sinistra. Si sente e si legge una linea maggioritaria di critica al governo Netanyahu e alla Meloni più che al tempo lungo del sionismo e ai suoi addentellati vari e trasversali. In qualche modo stiamo compatti ed esprimiamo negli slogan una solidarietà radicale con la resistenza palestinese, con un inconscio graffio punk verso l’umanitarismo dilagante per cui i palestinesi, come tutti gli oppressi, valgono la solidarietà fino a quando corrispondono al ruolo di vittime. In ogni caso troppo poco. L’imprevisto si palesa quando il serpentone umano non accenna a fermarsi nella solita piazza Indipendenza (sotto il palazzo del governo regionale) e prosegue non si capisce bene se verso l’università oppure verso viale Regione. Lì, proprio dove su viale Regione si affaccia quel pezzo di Palestina che è il carcere Pagliarelli, si blocca – e, duole ammetterlo, i nostri cori contro il carcere venivano ascoltati con un misto di incomprensione e compatimento negli sguardi. Solo dopo abbiamo realizzato a pieno che il blocco, nella sua fase iniziale, fosse spinto anche da USB e FIOM CGIL. Da lì, dopo questo momento di inedito incrocio tra applicazione della “linea sindacale nazionale” e la pratica del blocco, il corteo sarebbe dovuto tornare sui suoi passi, ma non è successo: si è continuato su viale Regione in barba a Digos, ai reparti anti-sommossa e agli aspiranti dirigenti delle masse, in un tracimare che è stato il risultato di una risolutezza monca, pronta a rientrare e a riesplodere in una intermittenza rapida. È così che dopo sette ore dal suo inizio, il corteo si scioglie in centro.
«Il genocidio palestinese a Gaza è lo specchio in cui i popoli oppressi del mondo devono riflettersi. Per chi detiene il potere, è iniziato un periodo di caccia indiscriminata alla popolazione “in eccesso”, perché l’impunità è garantita. Ora più che mai, Gaza siamo tutti noi. Potrebbe essere Quito, San Salvador, Rosario o Tegucigalpa; il Cauca colombiano o il Wallmapu; forse le montagne di Guerrero o le comunità del Chiapas. Ora siamo tutti nel mirino di un capitalismo che uccide per accumulare ricchezza più velocemente.
(…)
Gaza ci pone in un altro luogo, di fronte ad altre sfide. La prima è comprendere che la morte è la ragion d’essere del sistema capitalista. La seconda è capire che questo sistema è composto dalla destra e dalla sinistra, dai conservatori e dai progressisti. La terza è che dobbiamo organizzarci per proteggerci da soli, perché nessuno lo farà per noi»
– Raul Zibechi, “Gaza è Rio de Janeiro. Gaza è ovunque”, nov 2025
A poche settimane da queste ondate, l’anomalia sembra già rientrata. Nessun indizio di prossimi scioperi generali, le stesse realtà promotrici devono avere avuto sentore, e timore, dell’ingovernabilità delle piazze – e cosa altro aspettarsi da CGIL e USB?
D’altronde queste giornate sono state attraversate, dall’alto verso il basso e viceversa, da un’ambiguità che richiede attenzione critica. Quello che si è visto a Palermo è stato in effetti un inedito: delle strutture burocratiche e sicuramente non rivoluzionarie che appoggiano una pratica di lotta decentrata e conflittuale come il blocco. Al di là delle ragioni che hanno spinto dei sindacati riformisti e autoritari a farlo, questa evenemenzialità ha aperto possibilità immaginative importanti sulle prospettive per la lotta rivoluzionaria contro il colonialismo sionista (e non) che hanno tutte come esito l’impossibilità di affidarsi agli strumenti sindacali come lo sciopero generale per bloccare il genocidio in corso. Innanzitutto, c’è il fatto che la solidarietà con la resistenza degli oppressi palestinesi si basa su un moto morale – in sé né intrinsecamente rivoluzionario né intrinsecamente riformista – che alla lunga porterebbe il sindacato e il sindacalismo fuori dai propri binari fondativi; le sue ragioni di esistenza, la difesa dei lavoratori dentro il sistema dato della produzione quando questa è pienamente e integralmente legata all’economia dello sterminio, cozzano con gli interessi della popolazione palestinese, considerata dallo stesso Sistema – come dagli schemi marxisti del proletariato industriale come soggetto-guida rivoluzionario – uno scarto di cui liberarsi. In secondo luogo, una valutazione di ordine pratico: soltanto uno sciopero generale ad oltranza potrebbe produrre dei risultati concreti sul genocidio in corso. Ora, pure considerando l’improbabile ipotesi che una rinnovata fiammata internazionalista tra i gestori staliniani del sindacato producesse questo miracolo, si porrebbe, come già compreso e argomentato da Malatesta, la necessità di trasformare lo sciopero generale in sciopero armato, sia per difendersi dalla sbirraglia che a quel punto verrebbe sguinzagliata che per appropriarsi del necessario per vivere senza lavorare. Lo sciopero si trasformerebbe, insomma, da strumento di resistenza e negoziazione a strumento di lotta rivoluzionaria (e potrebbe farlo solo nelle condizioni di questo sposalizio con le altre pratiche rivoluzionarie: l’esproprio, l’autodifesa proletaria armata etc.). Abbiamo imparato in tutti i decenni che ci separano dalle argomentazioni di Malatesta quanto i sindacati confederali e suoi supplenti (USB) siano strumenti di propagazione del dominio capitalistico nella società e tra i lavoratori.
Per queste ragioni, codeste giornate sono state un’anomalia: i partiti della sinistra del capitale, incapaci di organizzare alcuno spettacolo credibile che gli facesse guadagnare qualche voto, ha delegato ai sindacati questa funzione1, dovendo assecondare la radicalità sentimentale preparata e spinta da anni di lotta al fianco del popolo palestinese; una lotta minoritaria in termini quantitativi ma netta nei contenuti e sentita vera dalla maggior parte degli sfruttati e delle escluse. Questa strategia ha prodotto delle giornate potenti, quindi potenziali, e di un potenziale quasi del tutto sprecato qui (a Palermo) e per il momento. Se negli eccessi di rabbia verso i controllori si potevano intravedere germogli di gioventù rivoluzionaria, è la terra quotidiana di una crescita qualitativa che continua a mancare e non è certo un elogio della spontaneità che la costruirà.
A Palermo si è ben lontani da una lotta che, a fianco dei palestinesi, veda i palestinesizzati di qua. Se quella umanità mostrificata a suon di botte e reclusione, nelle carceri e nei ghetti, si fosse palesata il 3 ottobre col suo carico di rabbia accumulata in decenni di cattività, la maggior parte del corteo avrebbe invocato l’intervento dell’esercito con tutti i gingilli mostrati in piazza Politeama. Non voglio sminuire la sincera spinta umana di molta gioventù in strada in quei giorni, voglio solo mettere l’attenzione, prendendole sul serio, sulle ragioni storiche che fanno in modo che l’umanità rinchiusa nei ghetti produca una violenza che individua nei giovani fuori dai ghetti il nemico piuttosto che un possibile complice; e, dall’altro lato, sottolineare come della struttura soggettiva dei giovani dei collettivi studenteschi faccia parte la capacità socialmente appresa/inculcata di disvedere “i palestinesi” di casa nostra e di disprezzarli con un razzismo che non è diverso e meno intenso – zaurdu, zulù, malacarni, palermosauro – di quello degli israeliani (o degli europei) verso gli arabi. Non sono questioni rimandabili per chi si augura e vuole lavorare per una rivoluzione sociale anti-coloniale in tutto il Mediterraneo ed è, a mio avviso, con questo occhio che dovremmo guardare a quello che succede nei nostri territori. Ma allora, si dirà, come fare in modo che l’azione concili il potenziale della contingenza con la liberazione delle cause profonde delle nostre (ma di chi?) oppressioni specifiche? Cosa ha da insegnarci la resistenza anti-coloniale palestinese?
La ciclotimia o il sumud
Se c’è un termine/concetto che mi pare descrivere la caratteristica fondamentale di questo tempo – almeno qui, e della gioventù che ho attorno, è quello di ciclotimia: la tendenza a passare velocissimamente dalle vette dell’euforia agli abissi della depressione. Nessuno/a, variabilmente intossicato/a dalla connettività digitale, ne è immune; i più giovani, però, mi sembra incarnino più radicalmente questo male dell’epoca: l’era covid è stata, tra le altre cose, l’incubatrice perfetta di esistenze proiettate nel cono infinito della virtualità, in cui lo spazio della solitudine come della comunanza è abolito, stracciato da una coazione prestazionale (studio, ruolo familiare) sempre più nociva e, nel tempo libero, da una vita collettiva ora on-line (per la maggior parte del tempo) ora off-line. Ne vengono (ne veniamo!) fuori soggetti sempre più consunti (il giogo virtuale è edonistico e dissipante e acuisce quel modo d’uso della corporeità che Cesarano chiamava il “corpo-flipper”), che nella relazione col mondo occupano, appunto, le posizioni estreme dell’euforia e della depressione – con una caducità dei due stati che mantiene inalterato il meccanismo a pendolo.
Mi pare in effetti che anche il nostro rapporto con le manifestazioni e con il collettivo risenta di questo timbro ciclotimico. Euforia massima – “si è bloccato, si è occupato, ci sono stati scontri!” – depressione cupa: “le merde riformiste che si dissociano” o, per gli altri, “è stato bello ma ora si torna a studiare/lavorare”.
Un’altra immensa qualità che ci arriva dalla resistenza dei palestinesi è quella racchiusa nel termine sumud. Se esso viene spesso tradotto con la parola “resilienza” è proprio perché la nostra lingua è stata prosciugata e resa pallida da decenni di contro-rivoluzione. Il sumud si compone di un intreccio di qualità che quelle popolazioni meravigliose hanno saputo mantenere anche di fronte all’orrore più nero: la cucina e la musica tra donne e bambini nelle tende, mentre fuori impazzano tempeste di fuoco; un uomo che riempie le sue tasche di semi prima di abbandonare la casa per un bombardamento e che trasforma il “suo” angolo nel campo-profughi in un giardino vivente, nonostante la morte; la poesia di deserti trasformati in frutteti, e quella della perdita e della memoria; le azioni armate che difendono tutto questo e che riescono a trasformare in forza anche le macerie. La resistenza palestinese è, tra le altre cose, una capacità umanissima di auto-guarigione dai traumi che la stessa guerra coloniale e anticoloniale produce. Secondo Samah Jabr2, psichiatra e psicoterapeuta palestinese di ispirazione fanoniana, la resistenza è terapeutica finché si lega ad una memoria transgenerazionale le cui ragioni di trasmissione sono le stesse di quelle della lotta anticoloniale.
In Sicilia, tra le cause dei nostri mali c’è l’avere perso la memoria di una violenza collettiva, cumulativa, che attraversa le generazioni, e che è (stata) somministrata intenzionalmente con l’obiettivo di rendere inerme la popolazione.
Il ruolo dei gruppi di compagni dovrebbe essere anche quello di fornire degli strumenti di scavo nella nostra storia perché la lotta non ci veda spiantati ma semmai con le armi della critica bene affilate e perché, ad esempio, le lotte contro tutti i tipi di carcere e quelle in solidarietà alla Palestina possano intrecciarsi proficuamente.
Serve appunto che gli spazi/tempi tra un momento e un altro di esplosione non siano di depressione, ma di studio, di confronti, di affiatamento e di affinamento. Una grande fame di approfondimento e di confronto si poteva infatti sentire tra molti dei giovani nei cortei. Quello che è mancato, che ci manca ora, è stata l’idea di come strappare degli spazi per quelle mobilitazioni, in cui continuare a vivere una quotidianità rivoluzionata, che fossero al contempo luoghi di propagazione della idee e (perché no) di convocazione non burocratica dei momenti di lotta. Quello che continua a mancare a noi nello specifico, è la capacità di sentire che certi momenti, perché possano sbocciare – incrinando i rapporti di forza che ci vedono in svantaggio da decenni – richiedono un confronto sul modo in cui stare nella pratica quando le situazioni diventano potenziali.Perché ci si trovi preparati nel momento giusto non si dovrebbero mai abbandonare gli strumenti individuali e collettivi della tradizione degli oppressi.
