Voci dalle mobilitazioni per la Palestina (Palermo, ottobre 2025)
Lunedì 6 ottobre 2025, il ministro della “difesa” Guido Crosetto viene operato. Gli han levato 3 polipi dal culo. Quando per puro caso (giuro) ho letto la notizia ho subito pensato che gli fossero venuti per causa nostra, per tutto quello che nei giorni/settimane precedenti ha dovuto affrontare maldestramente. Mischino, chissà quanto stress.
Tra il 22 settembre e il 4 ottobre è successo qualcosa di grosso e inedito in Italia. Non essendo il tipo che cede facilmente agli entusiasmi non mi sento di dire, come invece molti altri si sono subito affrettati a fare, che siamo sull’orlo di chissà quale innesco pre-rivoluzionario. Al contrario, sono piuttosto convinto che l’innegabile momento di momenti di attivazione extra-ordinaria che ha interessato ciò che viene chiamata Italia ultimamente nasconda delle questioni che non possono essere ignorate se l’interesse è quello di camminare nella direzione dello sconvolgimento totale.
Avrei numerose cose da dire in merito al momento di momenti che ho vissuto, ma c’è una situazione particolare che trovo emblematica da condividere per elaborare quanto ho appena accennato.
Martedì 30 settembre, mattina – mi stavo dirigendo abbastanza assorto nei miei pensieri allo svolgimento di uno di quei noiosi compiti funzionali alla sopravvivenza quotidiana quando mi sono ritrovato intrappolato. Avevo appena attraversato una piazza solitamente gremita di persone, in quel momento quasi deserta, senza neanche accorgermi del fatto che stavo sbattendo contro una di quelle grate da cantiere messa esattamente nel mezzo del percorso che di solito faccio per andare a fare la spesa.
Mi giro un po’ spaesato e mi rendo conto che tutte le panchine sono state rimosse, che mentre attraversavo la piazza ero stato chiuso dentro un recinto nel giro di pochi istanti. Dove sono finiti tutti gli skaters che animano abitualmente Piazza Politeama (Castelnuovo)? Che diavolo sta succedendo? Chiedo ad uno degli operai che stavano piazzando proprio in quel momento gli orsogrill se sapesse cosa stesse facendo. Non parla bene italiano, mi fa capire che non lo sa, però mi fa un cenno silenzioso e con la testa mi indica una camionetta dell’esercito a qualche metro dalla nostra posizione. Non è la solita Lince di “Strade Sicure”, ed è persino presidiata da un insolito numero di soldati che cazzeggiano. Insolito è il numero, non che cazzeggiano. C’è qualcosa che non torna. Dopo una breve ricerca su internet vengo a sapere che è in preparazione un “Villaggio promozionale dell’Esercito Italiano”, per “avvicinare la popolazione alle forze armate”. Inaugurazione 2 ottobre. La stessa sera vado all’assemblea pubblica in piazza Sant’Anna. La cosa viene giusto citata, ma finisce lì. Non si sa quasi niente. Nei giorni successivi un’amica mi fa notare che l’evento non è stato affatto pubblicizzato, come fosse apparso da un giorno all’altro. Curioso per un evento di tale portata, ma non casuale.
Mercoledì 1 ottobre. È mattina presto, sono sveglio da un po’ ma non da così tanto da tollerare rumori in generale e uno più fastidioso del solito mi si infila nel cranio. Non è il rumore della gentrificazione che avanza a colpi di ristrutturazioni, a quello ormai sono abituato. È sicuramente un elicottero, ma è strano, è decisamente troppo vicino e ha un non so che di diverso. Come fendesse l’aria con un taglio particolare. Vado alla finestra. Nemmeno il tempo di mettere fuori la testa che, a veramente troppi pochi metri dalla faccia, mi si para davanti volteggiando molto lentamente – una bestiaccia di color verde scuro dal profilo aggressivo. Un macabro balletto aereo che attira mezzo quartiere alla finestra. Ci scambiamo degli sguardi, in diversi scuotono la testa in segno di disapprovazione, un po’ affranti. Riesco a scattargli un fotografia mentre va ad adagiarsi, con quella calma tipica di chi vuole attirare attenzioni, non molto lontano dalla mia scrivania. Voleva farsi notare.
La bestiaccia in questione è un AH129 “Mangusta”, un elicottero da combattimento, storico fiore all’occhiello (competitor al tempo del famoso “Apache”) di quella che oggi si chiama Leonardo S.P.A.. In Italia ce ne sono solo 45 (se non ho capito male). Per qualche minuto ho pensato a come fare in modo di farli diventare 44, non sembrava troppo difficile. Poi mi sono ricordato che non avevo ancora pagato l’affitto del mese. Mi rimetto a lavorare.
Da li a qualche ora la piazza si sarebbe riempita piano piano di veicoli, armi e attrezzature militari all’ultimo grido da far testare ai passanti e alle scolaresche in visita durante quei 4 giorni di fiera degli orrori.
Mercoledì 1 ottobre – sono circa le 20, decido che per oggi ci ho provato abbastanza a guadagnarmi la pagnotta. Non ho ancora pranzato. Verso le 21 cominciano ad arrivare messaggi un po’ a raffica, non ho guardato il telefono per tutto il pomeriggio. Non so cosa dicono, ma so già qual è l’argomento. La Global Sumud Flotilla è stata intercettata dalle forze di occupazione israeliane. Sono stanco e non ho nemmeno cenato, mi metto le scarpe ed esco per andare in piazza Sant’Anna. Al mio arrivo non c’è chissà quanta gente, sono un po’ deluso, piove e non ho l’ombrello. Non c’è organizzazione, le persone sembrano più confuse che preparate. Si bisticcia sul da farsi. Di fronte alla volontà del mantenere una promessa diventata slogan per molti, emergono tutte le contraddizioni del trovarsi tra soggettività forse troppo diverse l’una dall’altra per giungere ad una decisione universalmente consensuale. Non so per quale assurda magia nell’arco di 5 minuti mi ritrovo a camminare a passo abbastanza svelto in mezzo a via Roma Strap! Tutte le corsie sono occupate, gli automobilisti accostano e strombazzano solidali (cosa insolita per Palermo), ad ogni passo che facciamo le persone aumentano in modo esponenziale. La direzione è chiara, il passo entusiasta e combattivo, talmente dirompente che la polizia si accorge che sta succedendo qualcosa con un ritardo ridicolo. Si va al Politeama. Alla testa del corteo non ci sono le facce note, quelle sarebbero comparse solo in un secondo momento. Mentre ci dirigiamo verso Piazza Politeama mi accorgo che diverse persone litigano. Andiamo di qua, no andiamo di là. Volano insulti anche pesanti.
Più ci avviciniamo al Villaggio più la tensione aumenta, si rallenta. La polizia è impreparata, sono troppo pochi e non si capisce chi guida la marcia, sembrano quasi spaventati. I soliti noti provano a mediare con la DIGOS. Nulla da fare. Nessuno guida la marcia, chiunque guida la marcia. Siamo almeno duemila, forse molti di più, difficile dirlo. La folla aggira i chiacchieroni in testa e va per i fatti suoi. Strap!
In quel momento ho capito che si stava rompendo un argine storico. E credo che si sia rotto un po’ dappertutto. Anche se forse da dentro il “movimento” è un po’ faticoso ammetterlo. Quella sera (almeno per la parte relativa al corteo spontaneo), il giorno successivo e quello dopo ancora non solo si è bloccato tutto, ma sono convinto che si sia anche sbloccato tutto. Nel frattempo quello che mercoledì sera era un villaggio ancora in via di allestimento già la mattina dopo si era trasformato in una fortezza. Camionette, volanti e decine tra poliziotti, carabinieri e finanzieri in assetto antisommossa e in borghese circondano tutti gli accessi alla piazza e pattugliano le vie circostanti. Gli assediati sembravano loro. Dentro la fortezza i soldati fanno imbracciare fucili e lanciarazzi ai bambini e li fanno salire sopra i carri armati.

Sono stati tre giorni intensi che avranno sicuramente delle conseguenze che al momento non conosco e non mi va nemmeno di ipotizzare. Quello che so è che ho incontrato, in quei momenti di rottura con lo status quo anche movimentista, delle persone stufe di prendere ordini e di subire, di non avere mai voce in capitolo in niente, che hanno trovato il modo di esprimersi attraverso la corporeità, di riappropriarsi di spazi della città a loro sottratti senza tante storie, senza aver bisogno di mediatori e rappresentanti che dicessero loro cosa, come e quando fare o non fare, sapendo di essere dall’unica parte giusta possibile: quella degli oppressi che si ribellano. Strap!
La questione non era solo Free Palestine, ma una cosa cara (nel senso anche di costosa) e fondamentale a chiunque desideri la libertà: l’autodeterminazione.
Lo ripeto, è stato un momento di momenti di autodeterminazione. Questo va detto. E va detto anche che la maggior parte delle persone che ho visto in piazza è stata ben contenta di seguire diligentemente e decorosamente tutta una serie di ordini e di istruzioni decise – e in qualche modo impartite – da altri con le quali magari non si trovava nemmeno d’accordo. Dopotutto la consensualità in “politica” è un affare sporco e scivoloso.
«Lo spettro più terrificante per ogni dirigente — che sia delle istituzioni, dei movimenti o di altro ancora — è quel qualcosa che non può essere controllato riportandolo all’interno del consenso politico mediato dallo Stato. Questo è ciò che noi chiamiamo terrorismo»
da “Terror Incognita” in Nel vortice dell’ignoto. Sperimentare oltre i confini della realtà consensuale, 2018
Sabato 4 ottobre. Mentre gli occhi di molti sono puntanti su Roma, in piazza Politeama il capo di stato maggiore dell’Esercito Italiano Carmine Masiello ascolta tutto tranquillo la banda dell’Esercito strombazzarne qualcuna delle loro. Nessuna contestazione. Niente. Nei fatti c’è molta stanchezza. Domenica 5 ottobre. Niente. Lunedì 6. La bestiaccia se ne è volata via così velocemente che quasi non me ne sono accorto. Ho la febbre e non ho ancora pagato l’affitto.
Tutto sommato sono contento di non essere andato a Roma (non avevo abbastanza soldi), tirando un po’ le somme il 4 romano, numeri a parte, è stata una cosa relativamente “normale” negli schemi protestativi del movimento, mentre gli altri giorni han dimostrato una rottura che meriterebbe maggiore considerazione e riflessioni.
Il 22 settembre, così come nei momenti più “ordinati” che ho vissuto l’1, il 2 e 3 ottobre, era abbastanza facile notare una composizione di piazza direi “canonica”. Tolti gli studenti che son fuori categoria e la solita compagneria più o meno locale, le piazze erano composte da persone che viste da fuori parevano tendenzialmente benestanti e mosse da preoccupazioni di carattere molto più morale che vagamente insurrezionale, anche se il blocco totale funziona – e ha funzionato eccome – perché decentralizzato e ingovernabile. Invece nei momenti un po’ più disordinati la gente dei quartieri l’ho vista eccome. Eravamo qualcosa di molto lontano da essere “una massa” o “la maggioranza”, ma con quei tre o quattro picciotti sconosciuti con cui ho scambiato qualche parola – riconoscendoci dalla stessa parte attraverso una somiglianza data dalla postura di uno spazio/tempo liberato vissuto insieme, anche se per poco – emergeva con chiarezza che sapevano bene cosa significasse quel villaggio dell’esercito piazzato al posto del loro skatepark improvvisato: non una questione morale del tipo “la guerra è brutta” o “poveri bambini palestinesi” (che per carità, ci mancherebbe…), ma da una parte una (falsa) promessa di emancipazione economica e sociale e dall’altra l’ennesimo insulto da parte dello stato che preferisce indurli a diventare carne da cannone piuttosto che provare anche solo vagamente ad ascoltarne per 5 minuti problemi e desideri, figuriamoci “risolverli”.
Il sottoproletariato lo sa che può fidarsi solo di sé stesso, lo sanno a Milano come lo sanno a Palermo come lo sanno in tutto il mondo. Lo sa chiunque ha conosciuto la durezza della strada. La differenza è che a Palermo i maranza non esistono – qui la razzializzazione riguarda la popolazione intera e non una marginalità suburbana ghettizzata – quindi è più difficile romanticizzarli (spesso con l’obiettivo di farne un “alleato” ipotetico) o individuarli come “nemico” comodo del sogno borghese tipico delle contraddizioni del centro-nord Italia. Nei quartieri qui si parla eccome di Palestina, di polizia, di esercito, di carcere e di violenze strutturali e quotidiane. Di come sopravviverne ed eventualmente evaderne. Solo che lo si fa con linguaggi anti-politici o che spaventano, così come le loro reazioni a riguardo. La strada parla spesso tanto di cura che di violenza, in modi molto pragmatici e ben poco teorici. Non va per il sottile, non se lo può permettere.
Eppure ho visto un’intesa nitida, seppur fugace, non la fantomatica alleanza a cui qualcuno prova ad appellarsi, ma la complicità concreta tra chi conosce le fatiche diverse di una vita offesa e mortificata costantemente. Una diffidenza reciproca abbattuta dalla “semplicità” del riconoscere un nemico e di approcciarlo similmente quasi per caso. Sguardi e sorrisi tra invisibili, scontenti, irriformabili e infedeli alla linea. Eravamo pochi, ma ci capivamo senza parlare.
Come incontrarsi di nuovo? Non conosciamo nessuno dei nostri nomi e non ci siamo mai incontrati prima. Da dove arriviamo? È bastato condividere dei passi rubati alla violenza della normalità occupata da capi, capetti, mediatori e dalle loro guardie fedeli per sentirci più vicini? Difficile replicare o avere il tempo per cercarsi. L’affitto alla fine l’ho pagato, ma ho dovuto recuperare i soldi perduti-non guadagnati lavorando il doppio.
«NON TORNEREMO ALLA NORMALITÀ PERCHÉ LA NORMALITÀ È IL PROBLEMA» scrivevano sui palazzi gli insorti cileni qualche anno fa. Un amico mi ha detto che questa frase porta sfiga. Forse ha ragione.
Se da una parte l’eccezionalità di quanto accaduto in questi giorni di inizio autunno ha sbloccato gli animi e ispirato mezzo mondo (ho addirittura sentito francesi dire «dobbiamo fare come in Italia!»), è anche vero che rincorrere l’emergenzialità degli eventi, che sia l’attacco alla Global Sumud Flotilla o la geniale idea di costruire un villaggio di propaganda bellica nello stesso momento, non può essere una prospettiva sostenibile o auspicabile, specialmente perché si è attivata attorno ad un allarme prevalentemente morale (borghese) che non è ancora in grado o non vuole sforzarsi di connettere lo status quo del genocidio palestinese (la pulizia etnica in Palestina è in atto dalla Dichiarazione Balfour del 1917) con lo status quo in ogni specifico e particolare qui organizzato dai sistemi di dominio e di chi li vuole estendere.
Si potrebbe pensare che la storiaccia della fortezza che ha OCCUPATO Piazza Castelnuovo per qualche giorno sia frutto dell’idiozia dei nostri governanti attuali. Non è così. Non è stato un caso, soprattutto che fosse a Palermo e non altrove. Non è stata una svista. Non è stato un evento eccezionale. È stata una manifestazione estemporanea di un processo in atto da così tanto tempo che nei fatti è la normalità diffusa e invisibilizzata dell’Isola-colonia penale/militare e che qualcuno sul continente ha cominciato a notare anche in quel loro qui. Lo stato di assedio diffuso in Sicilia è permanente e non si manifesta esclusivamente con i soldatini… per fare un esempio, il 3 ottobre, mentre il corteone autorizzato attraversava Corso Vittorio Emanuele, un gruppetto intonava minacciosamente il coro «molti – i volti – del colonialismo: – prima con le bombe – poi con il turismo!» rivolgendosi a numerosi gruppi di turisti (molti sbarcati dalle navi da crociera della MSC, colosso della logistica marittima molto amico di israele) che scivolavano indisturbati e indifferenti ai fianchi del serpentone umano che stava attraversando il centro città, riferendosi ai piani di “ricostruzione” di Gaza come paradiso per turisti. Ma anche «Turista! Coglione! Palermo è una prigione!» e «Fuck you tourist! You are not welcome here. Be afraid».
Abbiamo bisogno di collegare e mettere in crisi le nostre normalità tutte, ovunque siamo.
Penso non si possa farlo più di tanto continuando a cantare Free Free Palestine – senza per altro tenere in alta considerazione cosa effettivamente implichi la liberazione e ogni processo anticoloniale – come fosse una liturgia laica. Free Free da cosa? Free come?
Con una puntina di amarezza constato che nemmeno una settimana dopo quelle belle giornate siamo già tornati alla solita normalità. Siamo tornati dentro il problema, ma questa volta, forse, con delle nuove mappe per evaderne tutte da scoprire e indagare da esploratori indigeni.
Una piazza è stata chiusa, infinite via di fuga e d’attacco si sono aperte. Strap!
Rompiamo l’assedio.
