Una lettera di Lui dal carcere di Piazza Lanza (dic 2025)


4–6 minuti

Carx tuttx,

ringrazio molto per tutte le lettere, libri, riviste, telegrammi che mi hanno e mi scaldano il cuore. È importante che nelle buste mettiate il mittente perché sennò le guardie la ritirano, ed ho dovuto fare parecchie tarantelle per riceverle. Qui ho letto da poco La colonia penale di Kafka e dalla cassa antirep delle alpi occidentali, che ringrazio molto, ho ricevuto l’ultimo numero di “Nunatak”. È da questi scritti che trovo spunto per scrivere queste parole, che ad alcunx risuoneranno ridondanti e mi scuso, ma scrivo da una cella di un carcere siciliano e spesso ho sentito dire che la Sicilia è una colonia penale. In effetti verrebbe da pensarlo: carceri, case circondariali, 2 cpr e poi il Muos, Sigonella, Birgi, We Build, Eni, Tamoil, e poi ancora Cpa, Hotspot, insomma tutto porta a credere ad una terra martoriata e succube di avventori che arrivano da oltre lo Stretto. Ma possiamo esserne così certx?

Nella colonia penale di Kafka, chi ha inventato la macchina della morte (spoiler) viene ucciso dalla stessa, una volta che ormai quasi per tuttx quella pena (di morte) fu considerata assurda. Sono passati tanti anni e da poco Israele ha inserito la pena di morte per le ribellx palestinesi, io scrivo da un carcere da dove questa lettera giungerà a voi, chissà quante voci soffocate nelle gabbie in giro per il mondo. In Cisgiordania sono stati sradicati gli alberi di ulivo, che fanno parte della macchia mediterranea, sono centenari, ne parla anche Pavese ne “La luna e i falò”, qualcunx avrà portato la pianta in Piemonte. Lx miex compagnx hanno raccolto quest’anno le olive, vicino “il casolare abbandonato” dove mi hanno arrestato. Non sono arrivati i coloni a spararci, l’Idf a buttare giù il “mio” casolare. Quel casolare “abbandonato” non era mio, ma non era sotto sgombero, la digos ci ha messo un’ora a trovarmi, non era come quello “pieno di debiti” di Castel d’Azzano. Lì i giornali avevano come al solito urlato alla “strage” o messo in risalto che “erano strani perchè venivano giù dalla montagna”, che non andassero nemmeno a fare la spesa. Insomma, questx agivano anticapitalismo, quello di cui noi ci riempiamo spesso i nostri comunicati, rimanendo lontanx davvero dall’azione diretta contro il capitale, come quella di non fare la spesa al supermercato. La volta la trovo nello scritto che esce dalla Val Pellice, dove compagnx raccontano le loro esperienze fuori dalla città. Difatti la città è il vero agente colonizzatore, assalita poi da tutti i peggio malviventi padroni e detentori di danari.

Una critica radicale considera la città come il grande parassita, il mostro che tutto colonizza, tutto assume, tutto mercifica, tutto intossica e abbrutisce fuori e dentro di noi. “Un contesto mortifico da lasciarsi alle spalle per dare forma ad altre forme di economia e di autonomia a partire dalla cura della terra”.

Qui ne trovo riscontro: il carcere è organizzato come una città, con supermercati, tabacchi, viveri, prodotti per la casa, e chi si trova peggio è chi viene dalla campagna. Spesso abituatx a vedere la città come fonte da cui attingere mode, usi, costumi, frasi e perfino modi di dire. Che qui, per essere uguali, a volte ci si scanna per avere la stessa tuta, lo stesso tipo di tabacco e tutto quello che si può per non essere “quellx stranx che scendono dalle montagne”. Ed allora penso allx mix compagnx che raccolgono olive vicino al solito casolare abbandonato e che non sanno che difficoltà trovano dentro questi posti che, da noi visti resistenti, diventano in un attimo motivo per agire oppressione. “Abbandonare la città”, lo dicono anche in questo num. di Nunatak, dice in qualsiasi forma l’estensore, che parafrasa “chi decide di occupare e chi ritiene di avere più margine d’azione tenendo aperto un circolo arci, chi decide di comprare la terra, e chi ritiene che la terra non può essere comprata”. Mi spiace scagliarmi come una scheggia contro queste affermazioni, ma mai e poi mai riprodurre la macchina che deporta, colonizza, ingabbia, tumula i corpi. Castel d’Azzano avrebbe potuto dare spunto. “Senza sentirsi più rivoluzionario o radicale di altri”. Ma qui non si tratta di rivoluzionare (e chi la vuole la rivoluzione, poi?), ma di stare da un’altra parte della barricata, tener da parte i ciottoli e scagliarli quando passano i carri armati. Vero è che siamo cresciuti nel dualismo, del o/o, che poi ci rimanda alle questioni di genere, quindi dire sto o di qua o di la della barricata” può riprodurre oppressione. Magari qualcunx se vuole può rispondere e darmi qualche altro spunto. Fino ad allora io sto dentro una cella, aldilà c’è lo sbirro. “Se c’è qualcosa da spartire tra un prigioniero e il suo piantone, che non sia l’aria di quel cortile, voglio soltanto che sia prigione”. Qui dentro ho una maglia fatta e serigrafata da compagnx. C’è scritto “Defiende la Tierra” ed io ricordo una scritta su un muro a Messina “La tierra no se vende”. Aggiungo che “Caminando se hace el camino”.

Spero di poterlo percorrere presto insieme a voi. Un grattino alla mia gatta senza un occhio.

La penso sempre, so che la pensa come me. Scherzo, lei la pensa come lei.

“All’infermo il futuro.
E’ un idolo mangiatore di uomini.
Le istituzioni hanno il futuro,
le persone hanno solo speranza.”

Lui,
Dicembre 2025

Per scrivergli:
Luigi Calogero Bertolani
C.C. di Catania,
Piazza Vincenzo Lanza, 11
95123 Catania (CT)


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