(Palermo, 15 luglio 2026)
La Sicilia, storicamente, vive di racconti mitici e spettacolari. O piuttosto, molto spesso, subisce racconti mitici e spettacolari, teatrali. Come se fosse un grande teatro luccicante in mezzo al mare. Per imparare a leggere la sceneggiatura dei vari atti, che spesso si assomigliano nel corso del tempo, è fondamentale proteggere il nostro sguardo da tutti gli investimenti simbolici e materiali che il potere e le istituzioni statali fanno per generare e poi raccontare certe dinamiche che ci riguardano, o rischiamo di perdere il contatto con la realtà dei fatti. Dobbiamo mantenere i piedi per terra e chiederci in maniera autentica i perchè e i come, senza paura, con spirito critico. Senza mai omettere i rapporti di forza reali, fattuali.
Nel dialetto palermitano, esiste un concetto che usiamo per descrivere il tentativo di totale manipolazione della realtà in modo drammatico : tragediare / mettere la tragedia. Questo approccio, nel discorso pubblico sulla Sicilia, emerge molto spesso ed è impressionante per l’intersezionalità con cui viene propagato e per gli stessi significati trasmessi. Tragediare / Mettere la tragedia diviene una disciplina antica e autorevole, ambita e soprattutto contesa da diverse figure pubbliche e da istituzioni che non aspettano altro che prendere la parola, consapevoli o inconsapevoli di nutrire la violenza strutturale dello stato e la colonizzazione della nostra terra, la Sicilia. Ma, soprattutto, questa disciplina è chiaramente indotta da dinamiche strutturali, prodotte e costruite dalle istituzioni.
Ma veniamo a noi. E’ vero, a Palermo negli ultimi mesi sono successi episodi che la mia generazione di trentenne non aveva ancora visto. Risse che finiscono in sparatorie un po’ troppo facilmente rispetto a come siamo abituati, con tanto di morti e feriti, raffiche di kalashnikov su alcuni negozi, di notte, tante bottiglie incendiarie lasciate davanti ad alcune attività commerciali in zone particolari come Sferracavallo o San Lorenzo. Nemmeno il tempo di interpretare ciò che sta succedendo e l’atto teatrale inizia: monotono, ripetitivo, ma scintillante come canale cinque e scoppiettante come fuochi d’artificio nel cielo! Antimafia2000 prende subito la parola, come associazioni civiche, politici che hanno fatto carriera grazie all’antimafia e politici che scalpitano per salire sul carro del nuovo scoop mediatico, giornalisti in crisi, televisioni, mezzuomini e quaquaraquà danno fiato alle trombe e la musica parla chiaro, e tuona immediatamente: PALERMO E’ TORNATA NEGLI ANNI ‘80! Politici di destra e di sinistra invocano con tenacia l’invio dell’esercito allo Zen, a Palermo, in Sicilia, i pennivendoli sono ormai sicuri che alcuni boss scarcerati stanno mettendo in atto una nuova e creativa strategia della tensione, insomma è un campionato dove vince chi dice la minchiata più grossa ma le minchiate vengono urlate su palcoscenici importanti come Rai 1, Rai 2, Canale 5, Sky, giornali e telegiornali regionali e nazionali, la Regione, il Parlamento Siciliano, ovunque! I media nazionali non vedono l’ora di raccontare la frontiera esotica dove succedono cose impensabili! Terrore e Teatro, Teatro e Terrore! Che paura… La principale vittima di tutto questo, nonchè protagonista di questa narrazione, è il povero Tommaso Dragotto, classe 1938, che soltanto con “Sicily By Car”, azienda di noleggio auto fondata negli anni Sessanta, gestisce un patrimonio di circa 150 milioni di euro. Poverino. Al terzo presunto attentato accetta di ricevere la scorta della polizia, ma ci tiene a precisare che lui non ha proprio idea del perchè gli siano stati fatti questi “attentati”, perchè lui “la mafia non l’ha mai pagata e non la pagherà mai”. Dragotto viene ricevuto con tutti gli onori dalle istituzioni comunali perchè è un intoccabile e le sue macchine servono ai turisti, per cui a teatro i giullari corrono, corrono, e in fretta e furia chiamano nientepopodimenoche il grande capo Piantedosi, Sua Maestà il Ministro dell’Interno, per il “Comitato provinciale ordine e sicurezza pubblica”. Vengono fatti arresti e controlli a tappeto, centinaia di poliziotti, carabinieri e perfino militari dell’esercito italiano irrompono diverse volte allo Zen, raccontato come sede di ogni male, finchè all’inizio di giugno la presunta “banda del kalashnikov” viene arrestata, e… Fine. Silenzio. Ora non si parla più di niente. L’atto Teatrale è finito. Da che Palermo era ripiombata negli anni ‘80, periodo in cui veniva soprannominata “Beirut” per il particolare gusto di usare autobombe per regolare le discordie umane, con mille morti ammazzati nel triennio ‘81-’83, in un attimo con qualche arresto e qualche pubblicità colorata con le maschere teatrali come il Sindaco, il Questore, il Ministro, il Povero Imprenditore Milionario Vittima Mischinazzo, Palermo è stata pulita. Il sipario è stato chiuso, non se ne parla più. Anzi forse non è mai successo niente. Forse è stato un sogno. Ci vediamo al prossimo atto teatrale.
Nemmeno un mese dopo, giorno 13 luglio, si apre un altro palcoscenico: religioso, macabro, coloniale. Nel pomeriggio, la presidente del consiglio Giorgia Meloni presiederà e officierà la cerimonia di svelamento della Fiat croma dove morirono Giovanni Falcone e la sua scorta, presso il Museo del presente “Falcone e Borsellino” di Palazzo Jung, a Palermo. Prima del rituale di esposizione della reliquia del santo – martire, morto nella frontiera esotica e mostruosa, la Meloni avrebbe partecipato in mattinata ad una riunione straordinaria del Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica insieme al Ministro degli Interni Piantedosi, ma all’improvviso… sorpresa! Proprio all’alba, prima di questi due appuntamenti, inizia il nuovo atto teatrale! 22 arresti, la presunta banda del kalashnikov arrestata (ma non l’avevano già arrestata?!) ! E riparte la tiritera, discussioni in ogni canale televisivo, giornali, pupazzi dell’antimafia arrapati, “(…) il messaggio dello stato è uno solo: contro la criminalità organizzata nessun passo indietro”, dice la Meloni. No, non è un cartone animato, è la vita grottesca delle istituzioni italiane. E’ l’ennesima pagliacciata politica, che non è la prima e non sarà l’ultima.
A parte gli scherzi, mi sembra doveroso porre alcune questioni, nonostante siano sempre le stesse, nonostante la guerra psicologica che viene fatta quotidianamente sui media possa occultare il cuore del problema. In Sicilia, nei primi mesi del 2026 sono morti 29 lavorator*, quasi la metà soltanto nella provincia di Palermo. La nostra Isola è la seconda regione in Italia per numero di morti sul lavoro, i settori maggiormente colpiti sono industria, artigianato e terziario e i numeri sono in una fase di crescita preoccupante rispetto all’anno scorso. Ventinove morti non sono pochi, e sono principalmente poveri, per cui le istituzioni se ne fottono. Nessuno di loro si chiama Dragotto e ha 150 milioni di euro. Ogni volta che qualche sacerdote dell’antimafia paventa il ritorno dell’anticristo, o meglio “La Palermo degli anni ‘80 ”, dobbiamo sempre porci delle domande. Perchè adesso? Cosa succede? La guerra tra poveri viene fomentata quotidianamente dalle istituzioni, che aumentano le diseguaglianze attraverso dinamiche strutturali, che ghettizzano e mostrificano gli abitanti dei quartieri popolari ridotti alla fame. Contemporaneamente, hanno deciso che la Sicilia deve campare principalmente di turismo e vogliono rendere Palermo come Malta, tra l’altro stupidamente, perchè ovviamente Palermo non è Malta e non può campare solo di pub, ristoranti e discoteche, infatti è un’economia che non funziona. Il solito capitalismo più becero, quello del consumo bulimico, dove forme vecchie e nuove di racket si intrecciano nel tessuto urbano palermitano. Ad arricchirsi davvero sono sicuramente i soliti quattro palazzinari e imprenditori grossi, con la famiglia dell’ex sindaco Orlando ( 22 anni di mandato!) che si è comprata mezzo centro storico prima del boom turistico, ma anche diversi franchising e perfino holding, società quotate in borsa, che hanno messo le mani sulla città a livello immobiliare. Occhio, questo non è un particolare indifferente. Nella ristorazione, settore importantissimo per la città, adesso ci sono holding che possiedono diverse attività commerciali in centro storico, che non appartiene più, esclusivamente o quasi, ai padroni autoctoni. Se la famiglia Orlando ha fatto nel micro ciò che la famiglia Trump ha fatto nel macro, investendo nel settore dell’ IA applicata all‘industria bellica e arrivando a guadagnare circa due miliardi e mezzo di dollari in due anni di guerra, contemporaneamente nuove forme di capitalismo predatorio necessitano di tempo per radicarsi e interagire in modo funzionale con le varie forme di potere cittadino. Dal cartello di Orlando e degli “orlandiani”, passando per la nuova amministrazione Lagalla o le nuove holding, la logica alla base è sempre la stessa, anche se veste forme diverse: è quella del racket. Una modalità di configurazione competitiva del sociale fondata su gerarchia, protezione, dipendenza e profitto. E se arrivano soldi a pioggia ma vanno nelle tasche di pochissimi, mentre in giro c’è la fame, cosa potrà mai succedere? Che qualcuno si incazza? O mio dio! Chi l’avrebbe mai detto! Tanto, mentre i lavoratori vengono massacrati nel silenzio assordante, mentre ogni 3 giorni muore un detenuto in carcere e avviene un femminicidio, mentre i nordamericani usano le basi militari in Sicilia come minchia vogliono durante un genocidio e una guerra in corso nei paesi del Golfo e praticamente nell’intera Asia occidentale, mentre investimenti miliardari succhiano risorse dalla Sicilia per rifornire l’Italia quando perfino l’acqua manca a mezza Isola ciclicamente, c’è sempre il buon fantasma della “Palermo degli anni ’80 da invocare”: quando lo Stato interviene lo fa sempre per garantire le diseguaglianze, la radice del problema reale, vendendosi come soluzione morale, politica, economica. La negrizzazione dei palermitani è questa. I mostri da reprimere. Le politiche securitarie giustificate. Le morti sul lavoro ignorate. I problemi alla radice cancellati. L’ Antimafia come Tecnologia coloniale pronta ad attivarsi per tutelare gli interessi del capitale. That’s Colonialism Babe, benvenuti nella colonia, nella frontiera della morale! Eh si, ovviamente un quartiere popolare come lo Zen che viene costantemente impoverito, dove persino le fognature e l’acqua sono un ambito problematico, dove la munnizza viene lasciata sotto il sole a marcire mentre accanto sorgono ville telecamerate con piscina, questo luogo è il pretesto plastico e monumentale sempre a disposizione per giustificare la repressione. Le istituzioni hanno bisogno del nemico. Ma hanno bisogno anche di allevarlo, coltivarlo, nutrirlo. Fin dagli anni ‘60, la scena cinematografica e televisiva è stata saturata dalla presenza di film e serie tv che hanno sdoganato la mitologia gangsteristica, in primis con Il Padrino, intossicando le menti umane, soprattutto meridionali. Chi ha lottato, invece, chi ha messo il proprio corpo in gioco per la rivoluzione sociale, le poche volte che ottiene uno spazio viene rappresentato dai media main-stream unicamente come sadicx, folle, illusx, depressx, violentx. Il mito del gangster, basato anche su racconti ridicoli e fantastici tipo le minchiate di Saviano, produce una sorgente simbolica e plastica da cui è possibile attingere, un sistema di valori, di posture, di mode, che è sempre a disposizione per la pervasività attraverso cui è propagandato. Dovremmo chiederci: come mai le istituzioni hanno sdoganato così tanto e in maniera inflazionata queste rappresentazioni? Può sembrare banale chiederselo, ma perchè non hanno fatto duecento film su Sante Notarnicola, e invece ne hanno fatti migliaia su gangster italiani? E io che sono un aspro critico e provo ribrezzo verso il mondo dell’antimafia, allo stesso tempo non sono immune da tutto questo. Conosco Il Padrino e Il capo dei capi praticamente a memoria, e con amici se ci sbronziamo possiamo recitare le battute dei film senza problemi, ridendoci su, con goliardia. Ma tante persone disperate, che soffrono, ci cascano in quel racconto artificiale, senza capire che la tecnologia e il sistema mass-mediatico non sono mai uno strumento neutro. Chi ci guadagna davvero? Chi ne giova da tutto questo? Le istituzioni hanno bisogno del nemico pubblico, del fantasma da rievocare, pur sapendo perfettamente che con poche politiche sul lavoro giovanile una marea di ragazzi si toglierebbero dalla strada, al volo. Ma è più comodo tenere le bombe sociali, fomentarle, nutrirle, sono sempre utili. Mentre ciò che i film non raccontano, è la realtà dei fatti, in cui in Sicilia vengono carceratx migliaia di poverx ogni anno per reati di matrice mafiosa o connessi ad essa, grazie al peso pervasivo e morale dell’antimafia che rovina intere famiglie con la tortura, costantemente, senza fare figli e figliastri .
Per cui no, la diarrea mediatica dell’antimafia non riuscirà a intossicare anche il nostro sguardo. Sappiamo bene che il capitalismo coloniale produce diseguaglianze forti a livello strutturale, sistemico, e questo processo non può che produrre scosse, faide o conflitti all’interno dello status quo, costantemente. I racconti emotivi, moralisti e ipocriti dei sacerdoti dell’antimafia e della politica che racconta uno scontro tra Bene e Male, tra Progresso e Mafia, tra eroi-vittime e mostri, ci nausea. Basta. Nessuna fiducia nelle istituzioni e nello stato: sono la causa sostanziale e netta del problema. E il razzismo di matrice coloniale, il razzismo di classe che è uno dei perni fondamentali del colonialismo in Sicilia e della stessa esistenza del 41 bis, quanto è radicato davvero in ognuno di noi? Nel teatro della propaganda, per terrorizzare e immobilizzare, basta scrivere qualche articolo che parla di kalashnikov e di ritorno alla Palermo degli anni ’80, e i poveri arrestati, rinchiusi e torturati come carne da macello, vengono spogliati di ogni parvenza di dignità: quanti di noi sarebbero capaci di fare un presidio sotto le mura di un carcere per loro? O davanti la questura?
Contro chi mette la tragedia, Contro la falsa dicotomia di eroi e vittime, Contro il colonialismo.
Al fianco di chi lotta con il corpo e con la testa!
Per una Sicilia viva e arrabbiata!
