“risposta” di un compagno a Quando lo stato è pronto a uccidere si fa chiamare patria, quando è pronto a torturare antimafia
Nelle scuole, nelle università, il colonialismo viene quasi sempre descritto come un sistema imposto da una precisa classe dirigente contro un preciso bersaglio: i bianchi “occidentali” contro i paesi del cosiddetto terzo mondo.
Le narrazioni operate istituzionalmente spesso si sono espresse su due binari, paralleli e vicini ideologicamente l’uno all’altro: la narrazione trionfale, in cui il potere bianco euroamericano rappresenta il progresso inevitabile, vittorioso sistematicamente e superiore culturalmente; o la narrazione lacrimosa, in cui i figli culturali degli euroamericani che hanno imposto il colonialismo raccontano la triste e implacabile espansione occidentale, purtroppo dolorosa per i popoli fuori dalla storia. In queste due narrazioni i popoli attaccati dal colonialismo sono rappresentati come delle mere vittime, spogliati di qualsiasi agency, carne da macello che soccombe e basta. Magari con un po’ di grottesco primitivismo razzista, il mito del buon selvaggio fuori dalla modernità. Ovviamente, queste due narrazioni sono due facce della stessa medaglia, in cui i maschi bianchi euroamericani hanno il monopolio totale della violenza e nessuno è in grado di opporsi, di aprire una breccia, di immaginare un mondo diverso.
Bella stronzata, ma comprensibile. Il potere opera anche nei discorsi e l’egemonia culturale significa proprio questo, i popoli devo bersi le cazzate delle élites dominanti fino all’ultima goccia. La realtà è ben diversa. Il fatto che gli europei dalla scoperta dell’America in poi hanno iniziato un dominio assolutamente totale, e abbastanza immediato, sul mondo intero, è un falso storico. Fino alla metà dell’800 non avevano i mezzi per entrare nell’entroterra africano perchè ogni volta che ci provavano venivano letteralmente massacrati da milizie autoctone o morivano di malattie. Sulla costa i mercanti africani di schiavi intanto guadagnavano ingenti ricchezze dagli investimenti economici europei, come per mille anni avevano guadagnato vendendo schiavi ai potentati mediorientali. In vaste zone del centro e del sud america gli spagnoli e i portoghesi controllavano alcune zone, ma a volte venivano massacrati. In Cile ci sono organizzazioni e comunità che hanno ricordato e festeggiato i 500 anni di resistenza contro i bianchi, contro gli Stati oppressori, e ci tengono a ricordarci come gli indigeni non siano spariti affatto: hanno continuato a lottare in tutto il Latinoamerica in una pluralità di forme diverse, dentro e fuori dalle istituzioni. Per non parlare dell’Asia orientale in cui per secoli e secoli i mercanti bianchi europei subivano i prezzi doganali saldamente in mano ai mercanti locali, finchè i rapporti di forza non sono cambiati a seguito di vere e proprie occupazioni militari tra Settecento e Ottocento. Sicuramente è dall’Ottocento in poi che Europa e Stati Uniti, il cosiddetto blocco occidentale, sono stati egemoni sul globo terracqueo. Un periodo relativamente recente e relativamente breve. Ma non come viene raccontato dalle istituzioni, come inevitabile egemonia del più forte, da seicento anni a questa parte, nell’assenza totale di lotte e di vendette da parte dei popoli attaccati. E ovviamente chi scrive non ha nessuna intenzione di omettere o cancellare nemmeno una singola goccia di sangue sparso concretamente o simbolicamente da bianchi euroamericani in giro per il mondo, ossessionati dal dominio e disposti a tutto, genocidi compresi.
è in questo contesto, è come conseguenza storica del passato e dell’enorme investimento ideologico e simbolico, mistificante, che i nordamericani hanno potuto pronunciare il concetto di esportazione di democrazia, come riflesso di una cultura superiore a tutte le altre. è impressionante come la manipolazione della realtà, la manipolazione della storia e della memoria possano essere uno strumento di guerra coloniale cruento e vorace, come possa rincoglionire le persone e massacrare la libertà di immaginazione, come se il dominio attraverso la gerarchia fosse l’unica possibilità dell’esistente.
Scrivo questo perchè per costruire i nostri orizzonti di senso abbiamo bisogno di fare pulizia. Pulizia storica, pulizia mentale. E dobbiamo riconquistare la nostra capacità di immaginare. Una volta un uomo ha detto: «Il vero viaggio di scoperta non consiste nel vedere nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi».
La Sicilia è sempre stato oggetto di operazioni coloniali, conseguenza cruenta della posizione strategica dell’Isola al centro del Mediterraneo, come scritto nell’Editoriale. Assieme alle azioni militari, di devastazione e saccheggio del territorio, oltre ai massacri delle popolazioni civili, l’investimento dei poteri coloniali esterni è stato, molto spesso, anche di natura ideologica, di estrazione di valore simbolico. La cultura è uno strumento prezioso per costruire nuovi orizzonti di senso, di legittimazione e rafforzamento del potere, colorata dal sangue della povera gente e dal silenzio degli indifferenti.
Si, c’è un motivo se una parte della mitologia greca è stata ambientata in quest’Isola, se le classi dirigenti islamiche e bizantine legittimavano le proprie aspirazioni imperiali con la capacità militare di poter fare la guerra in Sicilia; se poi secoli dopo, inglesi prima e nordamericani poi hanno sempre avuto interferenze in questo luogo, interferenze non solo militari e strategiche ma anche di natura simbolica, ideologica, culturale. Di estrazione di valore simbolico. E tutto ciò non esclude nè squalifica il peso delle scelte delle consorterie autoctone collaborazioniste, fondamentali per il colonialismo. Il mio sguardo però, esclude nettamente qualsiasi tentativo vittimista e vittimizzatore: analizzare criticamente la storia, riconoscere i sistemi di potere e i passaggi storici ci serve per attaccare, per reagire, per essere consapevoli di ciò che è successo e di ciò che sta succedendo. Toccare le ferite delle nostra storia può essere un processo doloroso, ma necessario. L’EVIS, il Non si parte, le coraggiose lotte contadine, le lotte antimilitariste degli anni ’70 e ’80 costituiscono porzioni della nostra memoria storica che, per quanto possano essere complesse, dolorose e perfino contraddittorie, ci parlano chiaramente di persone che hanno scelto di rifiutare categoricamente il ruolo di vittima, di subire la storia. Come Maria Occhipinti che mentre era incinta bloccava i camion di soldati armati, infuocando i cuori della gente: la rivolta diventava fuoco e sogni.

Tornando a noi, lo Stato italiano è nato sul sangue dei popoli meridionali, il sangue della gente povera. I capi militari del Nord sono stati furbi e competenti nel cooptare e sfruttare ribellioni antiborboniche decennali per imporre uno stato delle cose “nuovo”, con il supporto stregico della marina britannica e dei gruppi dirigenti autoctoni collaborazionisti. Fin da subito i lager per i meridionali costruiti in Piemonte, i vari massacri ora a Bronte ora contro il “brigantaggio” hanno scelto di parlare il linguaggio del sangue, senza lasciare niente di fraintendibile. Porzioni della classe dirigente siciliana sono state coinvolte e hanno partecipato alla costruzione del nuovo Stato nascente, ricompensate e coccolate con cariche prestigiose. Questo passaggio potrebbe apparire come particolare, o come un qualcosa che identifichiamo come prova per la confutazione dell’esistenza del colonialismo in Sicilia. Se i baroni siciliani hanno partecipato alla costruzione dello Stato italiano, non si può parlare di colonialismo, possono pensare alcuni. In realtà basta dare una lettura nemmeno troppo approfondita e piuttosto sommaria alle storie coloniali per vedere che tante volte un potere esterno ha coptato o costruito alleanze con forze locali per assicurarsi il controllo del territorio. Certo, appare molto più semplice immaginare che Cortez e gli spagnoli, in poche centinaia di persone, abbiano sottomesso milioni di autoctoni, senza accordi o alleanze. O che gli inglesi non abbiano mai fatto alleanze e accordi in giro per il mondo, o che i nordamericani in Medioriente abbiano solo bombardato e imposto una gerarchia che escludeva qualsiasi forza locale. Perchè il potere deve imporsi sempre in maniera verticale e inevitabile, in maniera trionfale o lacrimosa, fine. Questa, è semplicemente una bella minchiata, ci sono varie forze in gioco e la plasticità dell’esistente va riconosciuta. Il saccheggio culturale ed economico operato dallo stato italiano nel Sud italia è stato assolutamente un operazione coloniale predatoria, che continua tuttora sia a livello simbolico che a livello estremamente concreto, e ha sempre visto e vede il coinvolgimento di consorterie locali per il controllo del territorio, come strumenti del capitale. Anzi, mi spingo oltre. Penso che storicamente, l’importanza enorme di quest Isola sul piano geopolitico abbia generato situazioni in cui molto spesso parti delle elites siciliane hanno avuto un ruolo molto speciale concesso dal potere centrale, e in certi casi unico.
Maggiore è il sangue sparso, concretamente e simbolicamente, maggiore è la possibilità che il Potere abbia bisogno di giustificarlo ideologicamente, identificandosi come unica soluzione per ristabilire un’umanità giusta, necessaria, morale, inevitabile. I nemici devono essere disumanizzati, mostrificati, devono fare paura: i briganti, i mafiosi, i terroristi.
Ogni arto mutilato, ogni testa tagliata, ogni dialetto scomparso, ogni albero abbattuto e ogni mare inquinato, servono a costruire una nuova memoria, il racconto dello scontro tra Bene e Male, tra chi vince e chi perde, tra ciò che si erge come stato e verità e ciò che viene mistificato perchè rappresenta qualcosa di diverso.
Per leggere il mondo di oggi, penso che occorre affrontare il tabù della nostra storia, occorre fare a pugni con i ricordi, con la memoria costruita in televisione e nei giornali, con il sangue raccontato e vissuto dai nostri familiari. Iniziando a liberarci di mitologie obsolete e connotate, abbiamo bisogno di parlare di ciò che fa paura, di ciò che ci hanno insegnato che deve fare paura.

Il mito dei mafiosi che aiutano gli alleati a sbarcare in Sicilia e vengono premiati con cariche istituzionali, come i ruoli di sindaci, o con accordi di protezione, è un falso storico. Non esiste nessuna fonte a supporto di questa tesi cara a Travaglio, Santoro e ad altri alfieri dell’Antimafia. Pensare che l’esercito più potente al mondo abbia avuto il disperato bisogno di allearsi con i boss è pura fantasia. Sicuramente le forze d’intelligence avranno sondato il terreno e cercato di facilitare lo sbarco, ma i rapporti di forza sono indiscutibili. E i tedeschi avevano organizzato la difesa dell’Italia rendendo, ovviamente, prioritario il territorio continentale. Dopo di chè, nel ‘44 il Partito comunista invia in Sicilia Girolamo Li Causi, uomo forte di Togliatti e Longo, a pacificare un contesto molto teso. Il Separatismo, un movimento di lotta eterogeneo ed esplosivo, molto difficile da interpretare per le sue contraddizioni interne, aveva fatto morti e feriti e dichiarato guerra allo stato italiano. Dopo l’assassinio di Antonio Canepa, ex partigiano antifascista e poi guerrigliero separatista a capo dell’Evis, proprio il Partito Comunista si fece garante del nuovo patto: non più indipendenza, ma autonomia. L’isola venne dotata di un parlamento e una costituzione, pur di pacificare il clima di rivolta. Da questo momento in poi le lotte contadine iniziano a diventare sempre più massicce, esprimendosi come il movimento di liberazione delle terre più forte d’Europa. Non saranno i proiettili sparati nella strage di Portella della ginestra, nè altri massacri o omicidi politici, a placare la sete di ribellione e di autodeterminazione. Il terrore e il sangue non avevano funzionato a stroncare i rivoluzionari. Sarà la promessa di una riforma agraria elaborata dal Partito Comunista, che mai avverrà, a uccidere lentamente le lotte e a pacificare ciò che era stato costruito. Gramsci, del resto, l’aveva detto: gli operai ci piacciono, i contadini no. Lo stesso partito investirà molte risorse per provare a imporre una cultura statale nell’Isola, impegnandosi in un processo costante di italianizzazione e di imposizione dell’agenda politica continentale, che si esprimerà anche con la richiesta di istruire il primo maxiprocesso, negli anni sessanta, durante la cosiddetta prima guerra di mafia. Ciò non verrà concesso, evidentemente non era il momento giusto, nonostante i 7 sbirri fatti saltare in aria con un autobomba in un colpo solo, nella strage di Ciaculli. Inizia la stagione dei sequestri di persona, il “Sacco di Palermo” e i fiumi di eroina. La più grande raffineria d’Europa viene scoperta in provincia di Palermo. Sembra che la Sicilia diventi la più grande esportatrice al mondo di eroina, ma la repressione non arriva per come ci si aspetti che arrivi, intanto le persone muoiono come le mosche. Dall’81 all’83 esplode la cosiddetta seconda guerra di mafia, un morto al giorno per 3 anni, mille morti. Anche qui, la reazione dello Stato è abbastanza pallida, “finchè si ammazzano tra di loro”… Questo passaggio non è da sottovalutare. Non fare niente dopo 3 anni e un massacro del genere non può lasciarci indifferenti: significa riconoscere il monopolio della violenza su un determinato territorio a una determinata organizzazione o a più organizzazioni. Alla fine degli anni ’80 cambia il mondo, cade il muro di Berlino e presto tangentopoli farà nascere la seconda repubblica, i partiti tradizionali vengono smembrati. Cambiano gli accordi? Cambiano alleanze? Fatto sta che iniziano ad esplodere bombe strane. Falcone girava senza scorta a Roma, e invece di essere ammazzato con due colpi alla nuca viene fatto saltare in aria con due macchine della scorta in autostrada a Palermo, appena uscito dall’areoporto. Borsellino viene fatto saltare in aria poche settimane prima che sarebbe stato discusso il 41 bis in Parlamento, che non era per niente messo bene a livello di consenso politico, per via della palese violazione dei diritti umani. La morte del giudice sarà “l’inaspettato” trampolino di lancio per l’applicazione di questo regime di tortura. Da questo momento in poi migliaia di persone, migliaia di famiglie, vengono incarcerate e torturate con il 41 bis e inizia la moda del pentitismo, fashion retribuito dalle istituzioni a suon di piccioli. La propaganda statale e le sentenze processuali ci parlano di un’organizzazione iperverticistica, con un unico e supremo grande capo, ossessione tipica dei tribunali che hanno quasi un desiderio erotico di trovare e denunciare sempre la gerarchia come unica forma di esercizio delle relazioni sociali. E da queste stragi che non hanno portato nessun tipo di vantaggio a una presunta organizzazione criminale, chi ci ha guadagnato? Il sangue dei morti è servito a costruire una cultura statale che in Sicilia non era mai esistita, nonostante gli sforzi dei comunisti, il mito delle vittime e dei magistrati eroi ha rivitalizzato e rafforzato lo Stato senza ombra di dubbio, offrendo la testa dei mostri all’opinione pubblica. Di certo questi fatti non hanno aiutato la presunta Cosa Nostra.

Sono passati 32 anni dal 1993 e la reazione militare dello Stato continua ad essere brutale a livelli agghiaccianti, alla faccia dell’emergenza! Ogni anno in Sicilia vengono arrestate migliaia di persone per reati considerati di matrice mafiosa o connessi ad essa, vendute sui giornali come pericolose per l’ordine sociale e democratico. Parlare di boss sconfitti, mi sembra una mistificazione evidente. Io la vedo chiaramente come un accanimento e una vera e propria mattanza dove migliaia di famiglie vengono distrutte dall’onta simbolica dell’appartenenza a una cultura cinematografica e mediatica piuttosto che concreta e reale. La Mafia dei film esiste davvero? è mai esistita? Sicuramente quella realtà oggi non esiste. I dispositivi repressivi come la Dia, la DDa, la Procura nazionale antimafia sono settate su un nemico che non esiste, che non appartiene a un piano di realtà. Si, esiste il controllo del territorio in alcune zone, la droga e il racket come in tutti i luoghi al mondo, ma la vulgata istituzionale dice ben altro. Ci è stato raccontato della Mafia stragista, ma quelle bombe strane puzzano di stato ed emettono un forte fetore atlantista, non abbiamo bisogno di sentenze processuali per capirlo. Se alcuni giornalisti investigativi trovano prove della presenza di servizi segreti e fascisti nei luoghi di alcune presunte stragi mafiose, perchè dovremmo stupirci? Il fatto è, però, che non possiamo permetterci di omettere i rapporti di forza. Per quelle bombe, per quella Mafia inventata nei film, migliaia di famiglie sono state distrutte. Allo stesso tempo, nessun appartenente ai servizi segreti ha mai fatto un giorno di carcere. Nessun appartenente alle forze dell’ordine. Nessuno. Questo significa che se ci sono state presunte compartecipazioni, le varie forze non hanno pagato allo stesso modo. Fa comodo sbattere in carcere un meridionale che puzza di mafia, mentre lo Stato non può processare se stesso. Può farlo solo quando si tratta di “mele marce” decedute, di vertici dei Servizi segreti morti già da decenni.
è il momento di fare pace con questa cosa. Parlare ancora, nel 2025, di compagni ammazzati dalla Mafia significa vivere in un mondo che non esiste. Oggi il problema dei compagni in Sicilia non è la Mafia. è il sistema di oppressione coloniale che si è sicuramente servito di alcune organizzazioni in passato, finchè servivano come strumento del capitale, e adesso non ne ha più bisogno. Basta vittimismo. Dire che Placido Rizzotto è stato ucciso dal terribile Luciano Liggio omette concretamente i nomi e i cognomi dei padroni che volevano l’eliminazione del sindacalista. Che non hanno alcuno spazio nella narrazione antimafia. Significa coprire di silenzio quelle lotte, e concentrare l’attenzione sul mostro. Peppino Impastato non viveva la sua vita unicamente sbeffeggiando il boss della zona, ma produceva dei lavori di inchiesta sulla costruzione di grandi opere come l’Areoporto di Palermo e i cartelli economici che lo sostenevano. Però all’antimafia piace dire che è stato ucciso da un mostro, punto. Peppino aveva uno stile di vita, da compagno, che doveva essere annullato perchè era davvero pericoloso socialmente, e i suoi nemici non erano soltanto i mafiosi caprari raccontati dai film. Ma comunque, alla fine dei giochi, nonostante i meridionali abbiano potuto costruire dei fenomeni di accentrazione del potere, negoziati con apparati dello stato, sono stati comunque sfruttati, manipolati, strumentalizzati, sacrificati. I manager di Eni che devastano le vite di milioni di persone nel mondo, non hanno fatto e non faranno mai un giorno di 41 bis. Chi ha guadagnato miliardi dal genocidio in Palestina, vendendo armi prodotte in Italia, non farà un giorno di 41 bis. Allo stesso tempo migliaia di meridionali mostrificati vengono massacrati da questa tortura infame, e l’isolamento e la mancanza di opposizione a questa merda ha legittimato lo Stato a usare il 41 bis anche per reprimere diversi comunisti rivoluzionari e un anarchico. Tra l’altro, dopo 30 anni di evoluzione delle 5 techniques brevettate dagli angloamericani e insegnate ai boia italiani, la tortura inflitta al 41 è la peggiore che sia mai esistita nelle carceri italiane, senza dubbio.
Ogni potere statale ha bisogno di inventare nemici per autogiustificarsi. L’Italia ha inventato e creato l’immagine del mafioso per esprimere il volto del Male da cui difendersi. Come se non esistesse nulla di peggio. Ed è quella dicotomia che va spezzata, è proprio questo il sentiero da percorrere. L’invenzione dei Mostri e la Mitologia delle Vittime, la costruzione dell’emergenza prodotta dalle condizioni strutturali rese possibili dallo Stato, hanno costituito gradualmente una cultura statale nell’Isola che non c’era stata per tutto il Novecento. Oltre a generare risorse simboliche fondamentali da usare sull’intero piano nazionale: lo stato invia i magistrati eroi a combattere il male del Sud, a ristabilire l’ordine giuridico e morale, e sperimenta dispositivi repressivi da applicare anche altrove. Tutto ciò a livello pratico produce storicamente l’illusione che chiedere l’aiuto delle istituzioni, degli sbirri, dei magistrati, sia un atto rivoluzionario in Sicilia, perchè ci si protegge dai mostri. I giudici che lottano contro la mafia sono degli eroi, come le forze dell’ordine che li aiutano. Quando la realtà, assolutamente inequivocabile quanto ignorata, è che ogni giorno in Italia vengono uccisi 4 lavoratori, ogni 3 giorni muore un detenuto ucciso dal sistema carcere, ogni 3 giorni viene uccisa una donna. E statistica non di poco conto, ogni 3 giorni un membro delle forze dell’ordine si suicida. Lo stato non riesce a proteggere nemmeno i suoi aguzzini. Di fronte a questa realtà lapidaria ed eloquente, occorre prendere posizione e iniziare a decostruire tutto questo fumo negli occhi, soprattutto in Sicilia e al Sud. Il concetto di Antimafia è stato completamente fagocitato dagli apparati statali ed è una vera e propria arma coloniale, che va distrutta. Perchè nasce dal sangue dei siciliani e dei meridionali e viene usata per farci sanguinare con il colonialismo. Serve a cancellare i presidi militari nordamericani sul territorio, le 23 carceri che annientano la libertà delle persone, i 2 CPR, l’emigrazione forzata necessaria per imporre tutte le opere estrattiviste che annientano le comunità locali e distruggono il territorio, serve a fotterci. Serve a dire che esistono i Mostri ed esiste chi li combatte e chi li subisce. Serve a farci pensare che noi questo mondo non lo possiamo cambiare perchè il futuro è già scritto. Serve a non immaginare più, a non immaginare più niente, e questo non possiamo permettercelo. Non possiamo più permettercelo. Non possiamo far finta di non vedere che esiste una questione etnica e di territorio, perchè il 99,9 % delle persone al 41 bis sono meridionali. Perchè se in Campania avviene uno stupro, lo Stato ne fa una questione nazionale e nazionalpopolare, facendo quotidinamente terrorismo psicologico sui media per settimane e fingendo una grande operazione muscolare con tanto di presentazione del “Decreto Caivano” in pompa magna, usando addirittura il nome di un comune meridionale di soli 30mila abitanti? Quando studiamo le carte scopriamo che la militarizzazione come risposta dello stato è tutta fuffa, in realtà il provvedimento serve a costruire nuovi parametri giuridici per torturare i minorenni, per abbassare l’età penalmente perseguibile. Perchè avviene tutto ciò se un fatto del genere succede al Sud? Perchè esiste una questione etnica, prodotta dalle condizioni strutturali della nostra terra e dagli investimenti ideologici dello stato. Il potere strumentalizza l’etnicità dei propri nemici, come fa con i maranza al Nord. La questione esiste punto e basta, siamo noi i mostri, le scimmie da ammaestrare e disciplinare. E questo tipo di accanimento coloniale su base etnica tocca dei picchi davvero grotteschi a volte, che fanno accapponare la pelle, oltre i morti in carcere e le torture. In una scuola di Palermo che si trova presso un quartiere popolare che ormai è stato in parte turistificato, qualche anno fa la polizia municipale ha organizzato un corso di educazione stradale, dicevano. In realtà hanno portato i bimbi in uno spazio aperto e hanno fatto una bella performance per mostrare come si arresta una persona, con tanto di colpi sparati a salve. Quei bambini conoscono bene la polizia perchè spesso vedono gli arresti dei propri cari dentro casa, e hanno reagito scoppiando a piangere, spaventati, filmati senza il loro consenso e spiattellati su giornali locali online. Perchè lo Stato si accanisce così tanto? Perchè ci vede come mostri, come scimmie. Ha bisogno di noi. Oppure in un’altra scuola, un coglione che credo abbia fatto fortuna con Xfactor, Diodato, è andato a trovare i fantastici eroi che avevano organizzato un bel progetto artistico per i bambini di Ballarò. Li ha voluti incontrare come parte del suo meraviglioso progetto chiamato “Piccole rivoluzioni”, una docu-serie che racconterebbe storie di persone che hanno compiuto atti di coraggio per le proprie comunità di riferimento. Sapete come si chiama il nome di questo progetto rivoluzionario fatto a scuola? Si chiama “Blitz”, un termine conosciuto molto bene dai bambini di quartiere e usato nel linguaggio popolare. Viene associato un atto militare repressivo alla solidarietà reciproca e interculturale, pompata da quattro borghesucci che fanno i professori in divisa. Come se i bambini fossero scimmie da ammaestrare, probabili nuovi mostri che vanno subito disciplinati all’amore verso lo Stato, la polizia e tutta la merda che c’è vicino. Il vomito. Avete ancora dubbi sul perchè avviene questo accanimento? Avete ancora dubbi sulle connessioni tra etnicità e territorio? Tra colonialismo e manipolazione della storia? Intanto si accaniscono perfino sui bambini, e viene normalizzata la presenza delle forze dell’ordine nelle scuole, mentre armate e in divisa, si dilettano a parlare di legalità.
Dulcis in fundo, non si può non ricordare il fantastico safari compiuto da migliaia e migliaia di bambini del Nord che ogni 23 maggio attraccano con le bellissime “navi della legalità” a Palermo e sfilano in corteo per la città. Il safari nella giungla palermitana serve per ricordare, dicono, perchè abbiamo bisogno che i bambini del Nord ci aiutino contro la Mafia, per celebrare i nostri eroi che sono anche i loro. Bello stare in mezzo alle scimmie no? Oggi il presidente della repubblica ricopre la massima carica statale non per meriti politici, ma per il semplice fatto di essere fratello di un importante politico siciliano ucciso in Sicilia: la sua storia partecipa alla mitologia statale, una storia di mostri ed eroi della frontiera, e lo stato offre una poltrona molto prestigiosa per tutelare e proteggere questa storia. Quanto è grande l’investimento simbolico eseguito affinchè un semplice lutto possa diventare una legittimazione politica di livello così alto? Pura società dello spettacolo coloniale.

Esiste una inequivocabile questione etnica, e di territorio, e questo apre molti orizzonti se scegliamo di guardarli. Si, vogliamo avere un impatto su come funziona casa nostra, la terra delle nostre radici. Vogliamo essere liberi di vendicarci per tutto questo, iniziando a guardare il nemico negli occhi. Che di sicuro non è la Mafia Stragista dei film su canale cinque, ma sicuramente è l’Antimafia che arresta i nostri compagni e nasconde la realtà effettiva in Sicilia, nasconde il colonialismo. è ora di scrollarsi di dosso tutta la propaganda antimafiosa, statalista e coloniale operata principalmente dalla Sinistra, perchè ciò ha prodotto tortura e devastazioni.
Se parlo di razzismo e di colonialismo su base etnica non lo faccio per vittimizzare o vittimizzarci, sappiamo bene che essere degli anarchici rivoluzionari significa accettare che nella vita come ci piace il dolce ci deve piacere anche l’amaro. Lo faccio perchè abbiamo bisogno di capire gli attacchi del nemico per potere reagire. Per potere studiare, imparare, agire, vendicarci, divertirci. E’ fondamentale rompere la narrazione dominante. Usare il termine Mafia in occasioni pubbliche o in testi propagandistici è un’operazione scivolosissima, che i compas dovrebbero evitare, il concetto è stato completamente inventato dallo stato e plasmato da un secolo di mistificazioni.
Riconoscere e ricordare i nostri morti, la nostra storia, non deve e non può significare esprimere disfattismo, vittimismo, o analisi condizionate dalla propaganda dell’Antimafia. Lo so che chi ha lottato in Sicilia ha subito una repressione feroce operata da una pluralità di attori, ma bisogna fare attenzione. Proprio per onorare quei morti, dobbiamo chiudere i conti con una mitologia e una propaganda che è sporca del nostro sangue, e spostare il baricentro della nostra storia dalla televisione al nostro Cuore. E non stupiamoci se molti siciliani non credono alle lotte: sono stati ammazzati, vessati e traditi dalla politica e dai falsi compagni per tantissimi anni, e la Sinistra che ha fagocitato tutte le lotte in Sicilia è il veicolo principale della cultura dell’Antimafia coloniale, statalista, carceraria. Siamo noi che dobbiamo accendere la scintilla. Siamo noi che dobbiamo scrivere una storia diversa, iniziando a decostruire il nostro passato per capire il nostro presente. Per me è pura responsabilità affettiva nei confronti della consistenza delle nostre radici: che ci piaccia o no, questo è il nostro vincolo.
