Tortura carceraria


di Charlie Barnao (Università di Palermo), pubblicato in origine sul mensile Sicilia Libertaria, n. 458, aprile 2025, p. 7

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Darius Rejali nella sua impressionante ed esaustiva rassegna sui metodi di tortura [Torture and Democracy, Princeton University Press, 2007] sostiene che, con l’avanzare del XX secolo, le democrazie non solo hanno continuato ad utilizzare la tortura ma ne hanno ulteriormente definito e precisato i confini e affinato le caratteristiche. Le dittature, infatti, possono forse aver torturato di più e in modo più indiscriminato, ma sono le democrazie che, spesso per aggirare leggi e convenzioni in difesa dei diritti umani, utilizzano in modo sempre più scientifico, diffuso e raffinato tecniche “pulite” di tortura. Tali tecniche, come la tortura con elettricità, ghiaccio, acqua, rumore, droghe, posizioni stressanti, deprivazione sensoriale, umiliazione, deprivazione del sonno, sono definite “pulite” in contrasto con le tecniche di tortura che lasciano invece segni. Rejali afferma, infatti, che la maggior parte delle tecniche di tortura nelle democrazie sono “torture pulite” perché, sebbene possano comportare un intenso dolore fisico – e quindi essere particolarmente efficaci e distruttive – non lasciano quasi nessun segno immediato sul corpo del torturato.

Anche l’Italia non si sottrae a questa generale tendenza che, negli ultimi cento anni, l’ha vista trasformarsi, via via, da dittatura fascista che usava tecniche tradizionali e “sporche” di tortura verso i suoi cittadini, in paese democratico che utilizza sempre più spesso forme di tortura pulita. Il sistema penitenziario è l’istituzione emblematica per osservare tale trasformazione. Il nostro sistema penitenziario, infatti, soprattutto grazie ai suoi istituti disciplinari più severi e rigidi (il 41-bis e l’ergastolo più o meno ostativo), è oggi all’avanguardia per quanto riguarda lo sviluppo delle più aggiornate tecniche di tortura pulita.

Se, infatti, il sistema penitenziario italiano è stato fino ad oggi costantemente attraversato da forme di tortura tradizionale e “sporca” fatta di pestaggi e violenze fisiche di ogni sorta (solo per citare i casi più eclatanti e maggiormente documentati degli ultimi decenni si pensi alle torture nell’“inferno” del carcere di Pianosa dei primi anni 1990, alle torture di Bolzaneto durante il G8 di Genova, fino ad arrivare alle torture compiute dagli agenti di polizia penitenziaria durante le repressioni delle rivolte carcerarie nel periodo della pandemia da Covid), a partire dagli anni Settanta si è specializzato in forme all’avanguardia di tortura pulita.

Il regime detentivo speciale del 41-bis, in particolare, è uno dei sistemi di tortura pulita più raffinati, basato sui principi della cosiddetta tortura “senza contatto” targata CIA. Si tratta di una forma di tortura minuziosamente descritta e dettagliata in una serie di manuali prodotti dall’Agenzia statunitense tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta e corroborata empiricamente da migliaia di applicazioni pratiche nei vari black site (le prigioni segrete gestite dalla CIA in Thailandia, Polonia e altrove) e, tra le altre, nelle famose carceri di Guantanamo e Abu Ghraib (per citare le più note con riferimento agli scandali suscitati dall’utilizzo di tortura sui detenuti). È una tortura pulita in quanto “senza contatto” fisico diretto: utilizza, cioè, tutta una serie di tecniche, tra cui spiccano la deprivazione sensoriale, la sofferenza autoinflitta, l’umiliazione e altre pratiche di manipolazione psicologica attraverso il disorientamento del torturato. Obiettivo finale, come per tutte le torture di tipo militare, l’ottenimento di informazioni e/o la distruzione del nemico.

Il 41-bis è un regime detentivo particolarmente rigoroso che trova le sue radici già nella riforma del sistema penitenziario del 1975. La riforma, che aveva l’obiettivo di modernizzare il carcere, include una disposizione finale e transitoria riguardante le “esigenze di sicurezza”. È l’articolo 90 che, nella generale “emergenza terrorismo” di quegli anni, getta le basi per la costituzione delle cosiddette carceri speciali, istituite nel 1977. Il circuito delle carceri speciali accoglie e tratta i detenuti considerati particolarmente pericolosi e diventa uno dei principali strumenti di “guerra al terrorismo”. Il sistema si struttura, così, attorno ai cardini, radicalmente applicati, dell’isolamento (che produce disorientamento psicologico), della differenziazione trattamentale (che mira, attraverso un sistema radicale di premi e punizioni, a promuovere percorsi di “pentimento” e “dissociazione”) e della manipolazione sensoriale (che si concentra su estreme pratiche di deprivazione sensoriale negli spazi abitativi), applicando così i principi fondamentali della tortura senza contatto. Con la fine degli “anni di piombo” e attraverso varie trasformazioni normative, si assisterà all’evoluzione degli strumenti ideati e strutturati per la “guerra al terrorismo”, contro una nuova emergenza rappresentata dal nuovo nemico pubblico che si affaccia sempre più esplicitamente sulla scena: il criminale mafioso.

L’odierno 41-bis, lontano figlio dell’articolo 90, è un regime di isolamento radicale che riduce al minimo i contatti con qualsiasi altro essere umano (sia all’interno che all’esterno del carcere), per neutralizzare la particolare pericolosità di alcuni detenuti, nella quasi totalità legati alla criminalità organizzata.

Se l’obiettivo ricattatorio del 41bis per l’ottenimento di informazioni – tipico di qualsiasi forma di tortura – non è messo in discussione e anzi è talvolta ostentato da parte di suoi autorevoli sostenitori quale punto di forza, è soprattutto con riferimento alla sua applicazione che si evidenzia la corrispondenza puntuale e impressionante tra il dispositivo penitenziario e le caratteristi che previe della tortura senza contatto.

I processi di interazione quotidiana centrati su tecniche di disorientamento (umiliazione e sofferenza autoinflitta), la totale assenza di trattamenti “rieducativi”, le dettagliate regole che bisogna seguire quotidianamente e tutta una serie di pratiche di “infantilizzazione” del detenuto, l’arredamento delle celle e l’architettura interna orientata ad eliminare l’accesso ad alcune sensazioni, la quasi totale deprivazione sensoriale prodotta da simili contesti, sono tutti aspetti della quotidianità del 41-bis che corrispondono fedelmente ai principi, al modello relazionale e alle tecniche della tortura senza contatto. Il 41-bis mette in evidenzia, così, come la tortura all’interno delle carceri non è un evento occasionale, quanto piuttosto una pratica ben strutturata e formalizzata all’interno di un generale percorso trattamentale, il quale è esso stesso una forma ben precisa e normata di tortura.

Ma veniamo ad oggi e al generale modello carcerario verso il quale ci stiamo pericolosamente dirigendo. In un generale clima di populismo penale, di sempre maggiore “iperincarcerazione” e con un sistema penitenziario ordinario sempre più al collasso (sovraffollamento, inesistenza o impossibilità di trattamenti rieducativi, tassi altissimi di suicidio sia tra i detenuti che tra gli agenti di polizia penitenziaria, tassi sempre più alti di recidiva), sembra addirittura che il 41-bis venga individuato come modello virtuoso e stabile di carcere a cui tendere. Oltre ad essere sostenuto e difeso trasversalmente da quasi tutte le for mazioni politiche di destra e di sinistra dell’arco parlamentare, è diventato addirittura modello di riferimento per altri paesi. È recente l’interessamento da parte della Francia, uno dei paesi più noti per la ricerca su nuove forme di tortura pulita, verso il modello detentivo del 41-bis come strumento di lotta contro la criminalità e di gestione virtuosa delle carceri.

E così, mentre le torture fisiche continuano ad essere praticate, concentrandosi principalmente su categorie sociali come tossicodipendenti, immigrati, poveri, malati psichiatrici, che costituiscono la stragrande maggioranza della popolazione carceraria, la tortura senza contatto del 41-bis non fa più notizia, anzi diventa sempre più silenziosa, pulita, saldamente radicata nel regime penitenziario.

Il 41-bis non è più legislazione di emergenza, ma è diventato parte integrante e, per molti, indiscutibile, del sistema penale. Le tecniche di deprivazione sensoriale, sofferenza autoinflitta, umiliazione, disorientamento, che avevano trovato inizialmente albergo nelle celle e nei percorsi trattamentali delle carceri speciali degli anni Settanta, si sono ormai radicate nel nostro sistema penitenziario, del quale è davvero difficile, se non impossibile, trovare qualcosa da salvare.


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