Di CPR, ghetti e altri imbrigliamenti in Sicilia
Gli ultimi anni della vita di chi scrive si sono indissolubilmente legati alla lotta contro le frontiere e gli innumerevoli muri e galere ad esse connesse. E lo si è fatto da una posizione specifica, dalla Sicilia, isola-frontiera dove le politiche di repressione e morte dello stato italiano e dell’Unione Europea si legano indissolubilmente alla materialità del capitalismo razziale.
Immaginate pale eoliche e pannelli fotovoltaici che definiscono l’orizzonte di colline e campagne sempre più secche; basi militari che sventrano boschi, coordinano guerre in tutto il mondo, mentre i militari in Sicilia vanno a fare corsi nelle scuole; raffinerie che inquinano i mari su cui si affacciano e l’ecosistema terrestre su cui poggiano; quartieri periferici delle città con l’acqua razionata per risparmiarla per i centri storici, che a fatica resistono alla turistificazione selvaggia che si accompagna a polizia, sgomberi, cantierizzazioni, espulsioni e arresti. Immaginate poi il progetto avveniristico di un ponte che spazzerebbe via una città, ma che già la riempie di cantieri per i “lavori propedeutici”, tra cui il raddoppio ferroviario per l’alta velocità che nei prossimi anni bucherà montagne, distruggerà campi, e già ora rende ancora più difficile muoversi sull’isola. Immaginate infine quanti CEOs, multinazionali internazionali, grandi imprese del nord, e piccoli capitalisti della provincia siciliana si arricchiscono all’esaurimento di risorse millenarie, con il fuoco che ogni estate brucia i boschi che ancora ci permettono di non soffocare in questo mondo irrespirabile.
Questo è il contesto in cui un lustro di rinnovata organizzazione contro le plurime forme del razzismo di stato ha permesso di mettersi in connessione con le lotte, le resistenze e le rivolte di chi in questo sistema è imbrigliato, facendo emergere una cartografia di frizioni e conflitti fatta di ghetti rurali dove abitano braccianti agricoli, nascosti tra le monocolture di agrumi, ulivi o le vigne, a seconda della zona in cui ci si trova sull’isola; ghetti urbani assediati da polizia e umanitarismi di varia sorta, rifugio per persone razzializzate, forza lavoro per le cucine e le pulizie dei ristoranti, degli airbnb e di altri lavori dell’economia turistica; di “isole minori”, come Lampedusa, Pantelleria, Marettimo, dove arrivano barchini autonomi e l’occhio di stato li rincorre con hotspot e militari; di porti dove salpano e attraccano navi ONG, gommoni di Frontex, vedette della Finanza e dalla Guardia Costiera, navi militari come il rimorchiatore Libra utilizzato per i trasferimenti nel Cpr di Gjader in Albania; porti, come quello di Palermo, dove arrivano le navi GNV dalla Tunisia, a bordo della quali ciclicamente vengono respinte persone che per le autorità italiane non hanno i documenti adeguati; e sempre da quello stesso porto, su quelle stesse navi, vengono caricati i Tunisini da deportare dai Cpr; di stazioni dei treni e bus, dove l’umanità in eccesso spesso si ritrova nel tentativo di muoversi evitando lo sguardo razziale delle forze dell’ordine; di piazze, baracche, case, cucine, associazioni dove ci si incontra, si sta insieme, si organizza la resistenza alla violenza mortifera di questo mondo. E, nel farlo insieme, si sviluppano le radici per immaginarsene uno diverso.

elaborazione foto-grafica dell’autorx
Il cuore di questa cartografia è però definito dall’apparato repressivo presente sull’isola: 23 carceri, 4 istituti penali per minori, 2 Cpr (a Trapani-Milo e a Caltanissetta-Pian del Lago), 2 CTRA (Centri di Trattenimento per Richiedenti Asilo, a Porto Empedocle e nela zona industriale tra Modica, Ragusa e Pozzallo), 5 hotspot (Pozzallo, Porto Empedocle, Pantelleria, Lampedusa, Messina), una settantina tra CAS (Centri di Accoglienza Straordinaria) e CPA (Centri di Prima Accoglienza). A cui vanno aggiunte 153 camere di sicurezza agibili, 2 questure con celle per detenzione al fine della deportazione (a Caltanissetta e a Enna), e 2 questure che queste celle le usano attivamente per la deportazione (a Palermo e a Ragusa). Deportazioni che avvengono però principalmente dall’aeroporto di Palermo, dove almeno una o due volte alla settimana parte un volo verso l’aeroporto di Tabarka in Tunisia e una volta al mese un volo verso l’Egitto (questo fino a metà 2025). Senza contare tutti i voli di trasferimento di chi dai Cpr viene deportato dall’aeroporto di Roma.
Il collegamento stretto tra capitalismo razziale e industria della detenzione-repressione diventa ancora più evidente se si guarda alle società che gestiscono i CPR.
Partiamo da chi ha gestito per anni il CPR di Trapani Milo, fino a novembre 2024, la società cooperativa sociale onlus “Consorzio Hera” con sede a Castelvetrano (TP). Nasce nel cuore del più grosso distretto di raccolta di olive da tavola di Italia, le campagne tra Campobello di Mazara e Castelvetrano. Da lì, ha iniziato un business non da poco nel settore della detenzione di esseri umani: gestisce l’hotspot di Pozzallo, il CTRA di Modica-Ragusa e il CPR di Brindisi, dove gestisce anche il CARA. Ma, soprattutto, è molto presente con centri di accoglienza, CAS e centri per minori nelle campagne tra la provincia di Trapani e quella di Agrigento. Nello specifico, poi, gestisce diversi centri d’accoglienza a Campobello di Mazara, dove ogni anno da Settembre centinaia di lavoratori, soprattutto dell’Africa Occidentale, si ritrovano per la raccolta delle olive e si organizzano contro la macchina dello sfruttamento e del razzismo. È lì che nel 2021 ha perso la vita Omar Balde, lavoratore morto bruciato nell’incendio del ghetto, ed è da lì che quando il ghetto è stato sgomberato, a maggio del 2023, alcune persone sono state portate al Cpr di Milo, all’epoca gestito proprio da Hera.
Una storia simile è quella dell’attuale ente gestore del CPR di Trapani Milo, Officine Sociali soc. coop. sociale, con sede a Cassibile, quartiere alla periferia di Siracusa. Cassibile è un altro importante distretto agro-industriale, soprattutto per quanto riguarda la raccolta delle patate. Ogni primavera, arrivano centinaia di lavoratori, sempre perlopiù dell’Africa Occidentale, per lavorare nelle campagne del siracusano. E da qui, esattamente come il Consorzio Hera, Officine Sociali ha costruito un posizionamento ben saldo nel mercato della detenzione: oltre al CPR di Trapani Milo, gestisce il CPR di Palazzo San Gervasio (PZ), nonché il CARA di Borgo Mezzanone, l’hotspot di Taranto, il CPA di Pian del Lago (CL). Il suo bilancio è passato dai 559.106 euro del 2021 ai 5 milioni del 2023, fino a raggiungere più di 14 milioni di euro nell’ultimo anno, proprio in coincidenza con l’ottenimento della gestione delle due strutture di Caltanissetta prima e Trapani poi.
Accanto a questi due emblematici esempi, ci sono poi l’agrigentina “La Mano di Francesco”, che gestisce il CPR (e il CARA) di Bari Palese, e la nissena “Albatros 1973” che gestisce il CPR di Caltanissetta Pian del Lago. Entrambe tengono ben stretto il legame tra business dell’accoglienza e della detenzione.

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Mettere in evidenza lo stretto legame tra la presunta accoglienza, la detenzione e lo sfruttamento del capitalismo razziale è un passaggio cruciale. Chi questo sistema lo sostiene e ci guadagna prova a tracciare continuamente linee di divisione: i buoni dai cattivi, le vittime dai criminali, i pacifici dai rivoltosi, i decorosi dagli indecorosi, i necessari e gli eccedenti. È a partire da queste distinzioni di base che il capitalismo e lo stato operano costantemente che si legittima l’esistenza dei confini e delle galere, qualsiasi forma esse assumano. Ci raccontano che i buoni e le vittime andranno nei centri d’accoglienza, che i cattivi e i criminali finiranno in galera o nei CPR; che chi è necessario alla produzione ha il contratto di lavoro e i documenti, chi non lo è invece è un nullafacente che si accaparra delle risorse collettive. Eppure, l’esperienza vissuta dei rivoltosi dei CPR, di chi si organizza nelle campagne e chi resiste in città, che è alla base delle informazioni che negli anni abbiamo raccolto, amplificato, e messo insieme, ci dice tutt’altro. Dice che i centri di accoglienza sono delle galere con la porta aperta, che il cibo fa schifo, che i cancelli si aprono negli orari che fanno comodo ai padroni, che chi ci finisce è infantilizzato; che i CPR sono peggio delle galere, che li riempiono di psicofarmaci, di botte, che ogni giorno e ogni notte ci sono proteste, battiture rivolte; che nelle campagne piuttosto che i caporali, i veri nemici sono gli sbirri, i padroni e le istituzioni locali.
Conoscere la cartografia di questi territori sacrificati allo sfruttamento e alla repressione è necessario per mettere a fuoco le componenti di una macchina – quella detenzione, dello sfruttamento e della deportazione – che può essere attaccata in più punti, da soggettività diverse. Chi in questi meccanismi è imbrigliato ci indica la via, con le rivolte e le fiamme nelle patrie galere, gli atti di diserzione e fuga, la rabbia che straborda nelle strade dopo la morte di un fratello nelle campagne. Non ci resta che immaginarsi e praticarsi insieme, sulla via dell’indisciplina, attraverso le strette vie della repressione, senza cadere nelle retoriche del progresso e delle buone maniere.
Questo testo prende ispirazione da vari scritti collettivi apparsi su:
- https://sicilianoborder.noblogs.org/
- https://sanberillo.noblogs.org/
- svariati opuscoletti, testi e stampe sparse per speriamo innumerevoli distro
