Post- scriptum. Ho risposto con gioia e trasporto a queste dieci domande, come alla notizia di una neo-nata rivista. Ma vorrei fare un altro esercizio di gratitudine. La mia prima persona non è quasi mai singolare: le considerazioni e le riflessioni più importanti vengono dal confronto con le anime sorelle nel convivio della vita/lotta. Nessuna teologia insomma, neanche dell’individualità.
1. Che cos’è per te la felicità?
Comincerei con una nota linguistica, che vale anche per le successive domande. Felicità, e tutte le parole sorelle che alludono ad una tensione alla pienezza esistenziale, indica il suo contrario. Un vuoto: appare sulle labbra degli umani tanto più spesso quando questi abitano spazi e tempi che ne sono privi. La felicità è in questo mondo o un’esigenza sequestrata e venduta al dettaglio per chi si accontenta e non si arroventa, o una molla, uno sprone alla lotta. È la lotta lo spazio/tempo della felicità? Questo dipende da molte cose… nella mia esperienza è stata occasione di epifania ed estasi e, altre volte, di disperazione, di dolore. Per me direi che la felicità coincide con un particolare stato di pienezza, in cui organico e spirituale si incontrano ad un livello più alto dell’ordinario.
2. Che cos’è per te la libertà?
Queste domande mi meravigliano e mi spiazzano, cioè mi impediscono una postura analitica. Ad esempio, a “che cosa è la libertà?” si potrebbe rispondere analiticamente soltanto accettando di parlare al plurale: libertà dalle imposizioni, negativa, libertà di azione e di produzione di fatti, positiva, (o la libertà spezzettabile tipica del pensiero liberale, che la trasforma in beni divisibili e vendibili). Di libertà – come di amore o di felicità – al singolare, integralmente intesa, si può parlare solo in termini poetici o filosofici (le due facce dell’utopico), e qui sta la sua forza, nell’eccedere la volontà e la possibilità di determinazione da parte del linguaggio logico. La libertà come forza vitale, come principio e fine, è incoercibile tanto per le forze di governo politiche ed economiche quanto per le forze della Ragione (che poi compongono un’unica forza, quella del Sistema). Nella mia esperienza, pure, la spinta di rivolta arriva da un luogo oscuro, abitato da una molteplicità di voci e presenze, che “mi prende e fa per uscire”. E per uscire non può che agire, cioè trasformare l’ordine del già-dato che ci attende alla nascita (che è la nozione di agire cara alla Arendt).
3. Che cos’è per te l’amore?
È la potenza degli incontri che segnano un prima e un dopo, di quel qualcosa che fa vacillare il senso e i confini dell’individualità e quindi del mondo e del suo destino. Nel suo grembo convivono tenerezza e ferocia, come in quello della rivoluzione sociale. Infatti, con Malatesta, penso che il fine della rivoluzione non sia la giustizia, con la sua logica economico-retributiva, ma l’amore ovvero una solidarietà senza calcolo.
4. Che cos’è per te l’amicizia?
È il luogo di una scommessa. Come fare in modo che l’ambiente della cura dai mali del mondo non si trasformi in un rifugio anti-atomico, dove libertà come possibilità trasformativa e umanità muoiono in un colpo solo? Questa questione investe tanto i gruppi amicali nell’ambiente dei/lle compagni/e (ne è investita in pieno la dimensione del gruppo di affinità) quanto le amicizie che ci portiamo da altre appartenenze: dall’infanzia e dall’adolescenza, o dalla comunanza di passioni specifiche. Cercare di mantenersi sempre in un atteggiamento aperto e trasformativo quanto radicale fa bene tanto alle persone che incontriamo quanto alle rivoluzionarie e rivoluzionari. Altrimenti il terreno si impoverisce e rientrano dalla finestra la stasi e il dolore.
5.Che cos’è per te la compagneria anarchica?
Eheh! Difficile rispondere senza tirare in ballo la distinzione tra descrizione e quello che vorrei che fosse. Devo dire che i miei giudizi si riferiscono più alla compagneria del Nord Italia, che ho/abbiamo vissuto fino al 2017. E però mi sembra che il nord sia (ancora?) un centro di produzione di immagini importante quando si evoca l’espressione “compagneria anarchica”; il fatto che questo insieme di immagini sia importante può produrre anche, come effetto nefasto, che siano importate. Comunque, la sensazione è di difficoltà a distinguere un movimento di sottocultura (punk/squat), col giovanilismo sotteso, da un movimento sovversivo specifico. Ovviamente taglio con l’accetta, perché so che ci sono tanti/e bravi/e compagni/e che portano avanti con fatica lotte e progettualità di vario tipo. E non voglio neanche dire che la sottocultura, che richiama un’esigenza di tribalismo, non abbia anche la sua potenza e bellezza; di pogate e momenti sublimamente punk con compas (più di ieri che di oggi) ho molti ricordi. Su come mi piacerebbe che fosse, non ho le idee molto chiare. Forse una compagneria più frastagliata, con meno pulsione alla somiglianza. Una nota ironica: nel movimento mi pare ci sia una tendenza a schifare quello che viene dai paesi, forse perché sa di provinciale e arretrato (ci si cambia i nomi anche perché non si accetta che da “quello schifo” veniamo anche noi?). Poi, però, ci si ritrova a pensare al c.d. movimento come proprio ambito unico di vita, e ci si veste tutti uguali, si ascoltano più o meno le stesse cose, ci si sente giudicati/e dal movimento. Cioè da una comunità umana che (in Italia) ha lo stesso numero di abitanti del paese in cui vivo, con le stesse regole che vigono pure qua.
6. Quali sono le debolezze e i punti di forza degli Anarchici in questo momento storico?
Sulle debolezze ho in parte risposto sopra. I punti di forza sono molteplici. Il primo che ho voglia di menzionare è l’idea anarchica: in un momento in cui il collasso della “nostra” organizzazione sociale si tira dietro il crollo di tutto ciò che è stato in essa codificato, l’anarchia, e quindi l’anarchismo, sono (possono essere) un varco, una zattera per molte persone oppresse: che le condizioni oggettive sarebbero propizie lo dimostra il susseguirsi dei pacchetti sicurezza, senza manganello e terrore da parte di una minoranza governante l’edificio andrebbe in pezzi. Sul piano soggettivo, ci sono punti di forza e debolezze. L’area anarchica di cui mi sento parte ha saputo sia tenere la fiaccola della migliore tradizione anarchica rivoluzionaria sia cogliere l’importanza di allargare lo spettro della critica radicale alla tecnoscienza, alla mega-macchina scientifico-militare-industriale, magari “dialogando” con altre correnti rivoluzionarie (la critica radicale italiana, l’Enciclopedie de Nuisances) ma anche teorici critici non prettamente anarchici: Anders, Illich, Ellul, Mumford. Attualmente, sono solo nostri compagni che tengono lucidamente insieme la mobilitazione contro il genocidio in Palestina e contro il mondo-guerra e la lotta all’affermarsi dell’industria delle tecnologie convergenti e della sua utopia, una pace totalitaria che rimodella l’umano espellendone il suo gesto più tipico e relazionale: la rivolta, l’intifada.
7. Cosa significa per te essere anarchici in Sicilia?
È portare alle estreme conseguenze locali, quello che gli anarchici dappertutto devono fare: rompere con la sinistra, con la sua cultura, non solo con la sua politica. È secondo me un residuo dell’immaginario della sinistra quello che impedisce a molti/e compagni/e di leggere la storia dei poteri centrali e delle classi dominanti nell’isola come una storia coloniale. Quindi, per rispondere alla domanda, per me essere anarchici qui significa mettersi in dialogo con la nostra storia tortuosa. Qui si danno la possibilità e la necessità di studiare almeno due dimensioni della storia, la storia del potere statuale e del suo farsi; quella dei tentativi rivoluzionari, delle rivolte e degli slanci degli oppressi – che qui furono contadini più che operai. Si può scorgere che, come in tutto il Sud, il momento militare è stato fondamentale per la costruzione e la tenuta dell’ordine e, al suo fianco in funzione subordinata, un uso intelligente della cooptazione sociale e politica di strati oppressi (facendo leva su un elemento culturale “endogeno”, il fatalismo, rafforzato dalle stesse sconfitte dei cicli di lotta precedenti). Sul piano “nostro”, ad alimentare la determinazione a lottare è stato a lungo il radicamento ad un immagine, ad una visione di vita, ad un esserci-nel-mondo che la colonizzazione ha spezzato; un filo interrotto da riprendere per fare trasformare le nostre lotte in senso anticoloniale. Battersi per questa doppia emersione di memoria storica è possibile solo all’interno della lotta rivoluzionaria: nessun accademico di sinistra potrà dire nulla di vero sul nostro conto. Perché? Perché a pagarlo è lo stesso sistema coloniale di ieri, di sempre.
8. Quali pensi che siano le sfide più importanti per gli Anarchici in Sicilia oggi?
Ce ne sono varie. La prima per importanza per me, in relazione a quello che ho scritto sopra, è la critica e il sabotaggio, della ideologia-apparato dell’Antimafia. Questa, infatti, è una creatura ibrida che incorpora in una sola macchina il meccanismo simbolico-mitico e la prestazione, ora militare, ora economica. Vaghezza, impalpabilità semantica e pesantezza burocratica vanno a braccetto, contribuendo a rendere la vita un inferno per chiunque, povero/a, decida di non emigrare e di non farsi sbirro/a, giudice, o funzionario di stato (o di impresa) in genere. Senza l’Antimafia con le sue varie articolazioni repressivo-militari-ideologiche, l’estrattivismo, ossia il flusso unilaterale di valore entro monopoli affaristici ben definiti, e la colonizzazione (militare, carceraria, infrastrutturale) cesserebbero. Specifico meglio: se si pensa alle strutture materiali dello stato qui, molti uffici, sigle, strutture delle forze di polizia si giustificano con la lotta alla criminalità organizzata; se si passa al piano ideologico, il legalismo e la censura di ogni violenza degli/delle oppressi/e come mafiosa sono i gas tossici sparsi dalla fabbrica antimafia. Ma l’antimafia, come fattore totale, dimostra che tra strutture e produzione ideologica non c’è distinzione netta: i carabinieri vanno anche nelle scuole a produrre, e inculcare, ideologia; il legalismo perbenista di sinistra ha come rovescio materiale il 41bis e le sue torture.
9. Che scenari di lotta immagini per i prossimi anni nella nostra terra?
Quello che auspico è che le lotte siano il prodotto variegato delle diverse forme di radicamento in una cornice comune anticoloniale e antiautoritaria. Intendo per radicamento un’etica dello stare in questa terra (che è varie terre, varie Sicilie) in cui le dimensioni dell’abitare e dell’essere abitati, del trasformare e dell’essere trasformati, si intreccino. Levandosi la lente dell’universalismo europeo/occidentale, cosa succede al nostro sguardo, cosa alla cosa guardata? E cosa ai nostri modi di essere, compresi quelli di organizzarci nelle lotte, che fino a ieri percepivamo “normali”, validi sempre e ovunque?
Sento l’importanza di una sensibilità specificamente anarchica dentro un movimento anticoloniale variegato: tenendo i perni di questo gioco variabile dentro un orizzonte i cui punti fermi siano il rifiuto dell’autorità e del dominio (qualunque esso sia). D’altronde, il leninismo è stato e sarà sempre il peggior nemico di una federazione di comunità locali autogestite.
Nello stesso tempo, immagino lotte anti-coloniali che si possono fare insieme ad altre sensibilità. Ad esempio: parliamo della “coazione” ad emigrare, dei desideri indotti, di come si possono rompere. Lo spopolamento delle aree interne va contrastato, che su 10 giovani 8 emigrino – e i due che rimangono diventino tossici o depressi, o entrambe le cose – è un problema che ha effetti qualitativi sulla vita e sulle lotte ma, in quanto anarchici, non ci confrontiamo mai su queste cose.
Insomma, quello che manca, e di cui questa rivista può essere strumento prezioso, è un orizzonte aperto di domande che tengano il passo dei nostri desideri esagerati. E poi verrà quel che verrà, dalle lotte specifiche e territoriali alla rivolta generalizzata, o niente di tutto questo, chissà.
10. Che cos’è per te la Sicilia?
È un rompicapo continuo, è un’ entità tremula come una pianta che cresce su due placche continentali alla deriva. Doppiezza ed eccedenza (di elementi e di energie naturali, di storia e di storie, di poesia e di meschinità, di rivolta e di servilismo) sconvolgono qui la possibilità di modelli duraturi e universali(sti) e aprono la soglia ad una molteplicità di vie. Nelle cicatrici degli animi e dei territori, si scorgono le rivoluzioni incompiute della nostra classe, eppure proprio da queste promanano un appello e una forza. L’appello: a non dimenticare e a fare del passato uno dei grimaldelli per forzare i cardini del presente. La forza: del radicamento in una storia in cui locale e globale si intrecciano in maniera singolare.