Chi siamo


10–15 minuti

Questo era il terribile: la quiete nella non speranza. Credere il genere umano perduto e non avere febbre di fare qualcosa in contrario. Ero agitato da astratti furori, non nel sangue, ed ero quieto, non avevo voglia di nulla. […] Ero come se non avessi mai avuto un giorno di vita, né mai saputo cosa significa essere felici, come se non avessi nulla da dire, da affermare, negare, nulla di mio da mettere in gioco, e nulla da ascoltare, da dare, e nessuna disposizione a ricevere, e come se mai in tutti i miei anni di esistenza avessi mangiato pane, bevuto vino, o bevuto caffè, mai stato a letto con una ragazza, mai avuto dei figli, mai preso a pugni qualcuno, o non credessi tutto questo possibile, come se mai avessi avuto un’infanzia in Sicilia tra i fichidindia e lo zolfo, nelle montagne; ma mi agitavo entro di me per astratti furori, e pensavo il genere umano perduto, chinavo il capo e pioveva, non dicevo una parola agli amici, e l’acqua mi entrava nelle scarpe.

Elio Vittorini, Conversazioni in Sicilia, 1941

Chi scrive è siciliano o vive in Sicilia, ed è perfettamente consapevole che il significato delle cose è legato al rapporto con il contesto in cui esse si esprimono. Cambiano i contesti spazio-temporali, cambiano i significati. La nostra terra è un enigma meraviglioso, che probabilmente non riusciremo mai a risolvere del tutto, e forse non abbiamo neanche questa pretesa. Allo stesso tempo, quando riusciamo ad ascoltare la nostra Isola, impariamo delle cose importanti, su Noi stessi e la Vita. Qui abbiamo tanti problemi, però una cosa è certa: non c’è spazio per l’ipocrisia. In Sicilia, bellezza assoluta e violenza assoluta convivono l’una di fronte all’altra, e a volte si abbracciano, ora in un abbraccio vitale, ora in un abbraccio mortale. Anche per questo, per la consistenza delle nostre radici e per l’odore della terra che abitiamo, l’ipocrisia è una delle cose che ci crea più problemi. Non ci piace.

Motivo per cui vogliamo parlare chiaro: siamo perfettamente consapevoli della morte spirituale delle lotte. Siamo ingarbugliati in una vita che spesso facciamo fatica a vivere, che spesso ci schiaccia, e nel frattempo il panorama delle lotte rivoluzionarie e radicali è deserto, a parte piccole eccezioni. Le persone sono sempre più sole, e non si sanno aiutare, non sanno fare comunità, e intanto il nemico avanza, imperterrito, sollazzandosi nel vedere la compagneria riproporre spesso gli stessi schemi fallimentari e tristi, privi di consistenza e di durata. Senza nessuna prospettiva rivoluzionaria. E neanche questo ci piace, ci fa male, perchè ne siamo parte.

Ciò che ci muove nella scrittura di questo foglio è un’esigenza esistenziale. Un’urgenza. Un sentimento che viene dalle viscere, dalla pancia. Abbiamo delle cose da dire, e vogliamo accogliere contributi scritti che possano toccare i cuori di tuttx. Non per un mero scopo editoriale o di autorappresentazione, di masturbazione intellettuale, noi puntiamo al cielo: vogliamo riappropriarci del nostro corpo fisico, emozionale e spirituale, nello spazio che viviamo. Vogliamo divertirci, vogliamo giocare, vogliamo vendicarci, restituendo alle lotte la violenza necessaria, sincera. La rivista è uno strumento, un ponte, una barca a vela che non sappiamo bene dove potrà condurci, ma che vogliamo mettere in mare. Sentiamo la necessità di prendere la parola, di costruire un orizzonte di senso su quello che succede dentro e fuori di noi, di stimolare dibattiti e incontri. Si, siamo incazzati.

Per decenni, molte tifoserie di squadre del Nord Italia hanno insultato i rivali meridionali con parole razziste: zulù, terùn, africani, colerosi, ecc ecc. Da un certo momento in poi, gli stessi meridionali in curva hanno iniziato a rivendicare quel nome, quell’insulto, a metterlo in musica con un coro da stadio, beffardi e sorridenti. Per affrontarlo, per rispondere non solo con goliardia ma con orgoglio: non abbiamo paura delle nostre origini. Allo stesso modo, noi che viviamo in Sicilia non abbiamo timore di definirci colonizzati. Per alcuni potrà essere una sorpresa ma il colonialismo non è soltanto un sistema di potere operato da maschi bianchi europei o nordamericani contro i paesi del cosiddetto terzo mondo. è molto più di questo, e in Sicilia lo sappiamo bene, perchè lo viviamo ogni giorno sulle nostre vite. Rifiutando ogni prospettiva vittimista, su cui lo stato ha investito in maniera ideologica e militare per decenni, soprattutto in Sicilia, non possiamo però non accettare la realtà dei fatti, con rabbia.

Quando alcuni studiosi marxisti latinoamericani hanno coniato e definito il modello estrattivista, come arma da guerra coloniale, dei compagni hanno provato ad applicarlo alle dinamiche esistenti in Sicilia: questo si è rivelato molto calzante, ci ha aiutato a comprendere alcune dinamiche imposte e protette dalla violenza statale. Allo stesso tempo, però, l’applicazione di questo strumento interpretativo non è stato interamente risolutivo. Perchè ovviamente, ogni territorio ha le proprie specificità. L’infestazione di pale eoliche e la green economy, il Tyrennian Link, i miliardi spesi per estrarre energia dall’Isola e rifornire l’Italia continentale, sicuramente parlano chiaro. Guardando la nostra Isola, però, dobbiamo tenere sempre in conto le unicità di questa terra, il cui insieme costituisce una rete di significati, a volte anche contraddittori. Qui, l’estrazione di valore non si traduce soltanto con l’accumulazione di capitale finanziario, a spese delle comunità umane schiavizzate con il lavoro, incarcerate nelle 23 prigioni e 2 Cpr, o smembrate dall’emigrazione forzata, tutti argomenti tabù immersi nel silenzio assordante del dibattito pubblico. In Sicilia, la terra dei Mostri, lo Stato e il Potere estraggono anche un importantissimo valore ideologico. Nella colonia, nella frontiera, lo Stato inventa le proprie mitologie di autolegittimazione, giustifica la propria esistenza, costruisce legittimità ideologica per rafforzare la cultura statale nell’Isola e allo stesso tempo nutre il potere centrale con risorse simboliche potenti. Lo scontro tra bene e male, tra Stato e Mafia, raccontato e mistificato attraverso lo spettacolo della legalità, usato come unico criterio per leggere e inventare la storia, è un arma coloniale e un cancro che va combattuto, estirpato, eliminato.

La natura particolare di un’isola è la discontinuità spaziale tra terra e mare, e le sue caratteristiche peculiari, come le dimensioni, la demografia, la distanza dalla terraferma, gli elementi ambientali e come queste variabili si manifestano nello spazio e nel tempo, possiamo esprimerle con il termine “insularità”. Il concetto di insularità, ovviamente, deve essere considerato come un costrutto sociale, poiché è comprensibile alla luce della relazione tra l’Isola e la comunità umana che la abita. Interpretare la Sicilia, i luoghi che attraversiamo e respiriamo, capirne le relazioni di potere e sfruttamento, comprenderne le ingiustizie, le gioie e i dolori, significa capire il significato di questa insularità specifica, la Nostra insularità.

Innanzitutto, la Sicilia si trova al centro del Mediterraneo. Tutte le merci che lo attraversano transitano dallo Stretto di Messina e dal Canale di Sicilia, motivo per cui, storicamente, l’importanza della posizione insulare a livello commerciale è sempre stata di natura strategica. Chi controlla la Sicilia, controlla il Mediterraneo. I grandi Players militari attivi nel Mediterraneo hanno sempre fatto la guerra per il controllo di questo territorio, fin dall’Antichità, e oggi è di proprietà degli Stati Uniti, che possiedono decine di presidi militari di altissimo valore strategico presenti in loco.

Lottare significa conoscere il proprio nemico, studiarlo, capirlo. Proprio gli angloamericani, negli anni ’70, hanno insegnato al mondo che la tortura più efficace per annichilire completamente l’essere umano non è quella più becera, animale, fisica, bensì quella senza contatto. Sono gli anni in cui vengono brandizzate le cosiddette “5 techniques”: stress position (sofferenza autoinflitta determinata dall’obbligo di mantenere una particolare postura fisica faticosa), incappucciamento (deprivazione sensoriale), assoggettamento al rumore, privazione del sonno, privazione di acqua e cibo.
Le prime tracce di queste tecniche vengono riscontrate su pratiche imposte ai compas dell’IRA e della RAF, accompagnate sempre da torture più fisiche come pestaggi e stupri. Non ci siamo stupiti quando abbiamo letto che ci sono stati studiosi che hanno scoperto una connessione netta tra l’evoluzione di queste tecniche di tortura e la nascita del 41 bis. O quando certi metodi di tortura operati dalla polizia nelle carceri italiane sono emersi palesemente come un’applicazione dei manuali di tortura della Nato in Europa. I nordamericani comandano, i nordamericani insegnano, gli italiani eseguono. è impressionante vedere come nel mondo di oggi, in cui gli schermi e i social network sono diventati il perno della socialità, gli effetti tossici del loro uso provocano delle conseguenze abbastanza simili a quelle legate alle 5 tecnhiques. O come semplicemente la vita che viviamo tutti i giorni, nonostante i privilegi che abbiamo, ci fotte il cervello. Senza mancare di rispetto ai detenuti e alle detenute che vivono ingabbiati fisicamente, sembra che il mondo di fuori prenda ispirazione dal carcere e dalla tortura, un grande carcere a cielo aperto, e ciò trova affinità nelle parole di molti compas che hanno fatto la galera: la società è lo specchio del carcere.

Viviamo in un mondo dove tante volte è difficile fare un lavoro emozionale e sensoriale, non è facile riconoscere e riconoscersi. A noi interessa farlo, perchè la volontà, la spinta vitale per questo, ci viene dalla pancia, con veemenza: vogliamo riappropriarci dei nostri sensi, delle nostre emozioni, del nostro spirito. Se il mondo sembra un carcere a cielo aperto, dove la tortura viene imposta e autoimposta in silenzio, le storie di chi si è ribellato si iscrivono in un solco che possiamo percorrere, anche noi. In carcere chi è servile, infame, viene premiato, chi si ribella viene punito. Però mantiene il cuore vivo, mantiene la dignità, apre la breccia nel Muro del silenzio e della tortura. Noi questo carcere che è la Vita, vogliamo prenderlo a mazzate. Senza applicare dottrine, senza avere fede in nuove ideologie new age brandizzate nelle università nordamericane e ripetute a pappagallo in Italia: le accademie non saranno mai le nostre bussole, perchè sono un apparato statale. Ogni tipo di sapere partorito all’università è parte dell’espropriazione della conoscenza imposta ai popoli, è sporca di sangue coloniale. Il sapere scientifico e la tecnologia non sono mai strumenti neutri. Per questo, pensiamo che scrivere una nostra letteratura sia possibile, e lo faremo. Senza le barriere accademiche e ideologiche, senza il positivismo della Scienza, la nostra non è una proposta ma una sperimentazione. Una sperimentazione plastica, in divenire, aperta, piena di rabbia.

La stessa rabbia che ci lacera nel vedere l’Occidente collettivo e coloniale perpetrare l’ennesimo genocidio nei confronti del popolo palestinese, illudendosi di procrastinare così la propria inesorabile perdita di egemonia globale. Siamo consapevoli che il progetto di una rivista può coltivarsi e nascere nel privilegio di tempo che abbiamo a disposizione rispetto ai nostri fratelli e sorelle palestinesi. La promessa che ci facciamo è di usare questo tempo per i comuni obiettivi che ci legano agli oppressi di Palestina e non solo: che i pensieri nella pagina possano fiorire in azioni – oggi, domani, fino alla vittoria – che attacchino la macchina bellica coloniale, il suo progetto di disumanizzazione, il suo tecnototalitarismo, i suoi tentacoli fuori e dentro di noi. Che la nostra memoria tenga sempre acceso il fuoco negli occhi dei bambini resistenti nelle terre di Palestina.

L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.

Italo Calvino, Le città invisibili, 1972

Perché una rivista?
Perché di carta?

La società è il campo di battaglia tra le strutture del dominio e quelle dell’autodeterminazione. Da una parte le tecnologie della sottomissione, della delega e dell’ipnosi; dall’altra le tecniche dell’autogestione, della cura reciproca e dell’azione diretta. La guerra sociale è ovunque intorno a noi, non possiamo scegliere se subirla o meno, ma possiamo scegliere se reagire e come.

In Iraq, i giornali e i periodici politici (comunisti) una volta venivano chiamati
al-qulub al-nabitha: i cuori pulsanti. Scommettere oggi su questi muscoli cartacei, non è una scelta casuale, ma è motivata dalla volontà di tornare a connetterci con i nostri sensi e tutti i nostri organi ed estremità, anche quelle più oscene. Come il sistema cardiovascolare non funziona in modo monodirezionale, da un alto ad un basso o da un centro ad una periferia, ma appunto circolare, la rivista cartacea ci è apparsa come un dispositivo più appropriato per creare e cercare quella circolazione, quel dialogo, quel trasporto di ossigeno, nutrienti, informazioni, ormoni e scarti di vario tipo attraverso l’organismo.

Non solo, la carta rimane, e nel suo rimanere continua a pulsare, ad essere radioattiva anche se dimenticata su uno scaffale. Continua a raccontarci e raccontarsi, anche se sottovoce, le storie e i progressi, intuizioni e insegnamenti dei ribelli che scrivono la Storia con il loro agire in movimento, nel loro esistere fallace, parziale e in divenire. Ci permette di demolire la separazione tra ieri, oggi e domani, di riabbracciare una temporalità fondamentale per la lotta che sappiamo essere ben più ampia di ognuna delle nostre vite, di evadere dal tempo-merce e dal tempo-gabbia che ci allontanano gli uni dagli altri.

Nata dalla necessità di indagare geografie incognite o innominate, come lo sono state queste pagine per il luuungo tempo della loro gestazione, alla creatura serviva un nome.
Se l’armonizzazione di mezzi e fini è già un cammino impervio dell’agire, sintetizzare in poche ma significative lettere sguardi, pulsioni e posture che si vogliono dare come aperte e conflittuali lo è ancora meno. A cosa si accordano i mezzi e i fini? Alla volontà! A tutti quei “vogliamo”, a ciò che ci ha portato ad incontrarci e darci proprio questo strumento…

IL MOVENTE!

Sovvertendo e rovesciando il lessico della criminalizzazione e della punizione, scegliamo la scomodità di chi non cerca giustificazioni, legittimazioni o scuse, ma esploriamo radicalmente cosa vuol dire conoscersi e desiderare – di cosa vuol dire riappropriarsi e rivendicare – di cosa vuol dire davvero scegliere. Chiedendo “cosa ci muove?” impariamo cosa ci paralizza e costringe – i loro come. Chiedendo “cosa ci muove?” sperimentiamo e mettiamo alla prova chi siamo e chi possiamo essere – i nostri come. Nel porci la domanda, evadiamo la banalità mortifera delle certezze e apriamo alla condivisione di intuizioni, strumenti e tentativi di risposta. Cosa ti muove?

Per scriverci:
ilmoventerivista@bruttocarattere.org

Tutti i ricavati dalla distribuzione di questa rivista vanno a sostenere la cassa anticarceraria VUMSeC – Voglio Un Mondo Senza Carcere – vumsec@canaglie.org

La Redazione – Gennaio 2026